Oggi più che mai è necessario scendere in piazza per contrastare il “Giorno del Ricordo”. A più di venti anni dalla sua istituzione rimane imprescindibile continuare la battaglia politica sociale e morale contro le falsificazioni, le bugie e le invenzioni sulle quali si basa l’istituzione di questa data.
È il metodo foibe, un sistema ben oliato che ha permesso all’estrema destra di acquisire una forza tale da permeare le istituzioni e arrivare al governo del paese.
Come ogni anno convochiamo un presidio in piazza Martiri del 7 Luglio, perché non si può lasciare spazio a chi vuole negare la storia per riscriverla e piegarla alla propria propaganda politica.
Invitiamo tutte e tutti a scendere in piazza sabato 7 Febbraio, alle ore 10:30 in piazza Martiri del 7 Luglio, per continuare a parlare e a discutere dalla parte giusta della storia.
La rivoluzione confederale del Rojava è sotto attacco. Per questo invitiamo tuttə mercoledì 28 alle 20:30 a Casa Bettola per una serata di solidarietà, informazione e mobilitazione, per mantenere alta l’attenzione internazionale e raccogliere fondi a sostegno di progetti umanitari per le popolazioni attaccate. Durante la serata racconteremo in prima persona l’esperienza della carovana di solidarietà verso Kobanê, in Rojava, luogo simbolo della resistenza del popolo curdo contro l’ISIS, alla quale stiamo partecipando come spazi sociali. Ci sarà anche un collegamento diretto con il Rojava, per ascoltare un aggiornamento sulla situazione sul terreno, e un collegamento con la Mezzaluna Rossa Kurdistan, per la quale raccoglieremo fondi a sostegno di progetti umanitari a favore delle popolazioni sotto assedio. Il Rojava viene attaccato perchè rappresenta oggi l’esempio più vicino e concreto di rivoluzione e di un nuovo mondo possibile: autodeterminazione dei popoli, convivenza tra comunità diverse, emancipazione delle donne, ecologia, una radicale alternativa allo Stato-nazione, al patriarcato e al capitalismo. L’offensiva in corso, portata avanti da milizie jihadiste e forze reazionarie con il sostegno diretto o il silenzio complice di Stati e potenze internazionali, dalla Turchia agli Stati Uniti, mira a cancellare il confederalismo democratico e a riportare guerra, repressione e imperialismo in territori che avevano costruito pratiche di libertà e giustizia sociale. Difendere il Rojava oggi non è una questione simbolica o distante: significa difendere anche noi tuttə, perché le conquiste di quella rivoluzione appartengono all’intera umanità. 🌶 📕Dalle 18.00 Mercato Bio Bettola e Sciame 🍕✌Dalle 19.30 Pizzata del Forno Comune. Prenotazioni al modulo https://bit.ly/3Srw4eo o al numero 3929768118. 🌹✊20.30 Emergenza Rojava, una serata di solidarietà, informazione e mobilitazione Biji Rojava! Donna, vita, libertà!
Il regime del qaedista Jolani ha sferrato un’offensiva mirata alla distruzione del confederalismo democratico nel nordest della Siria. Offensiva portata avanti da milizie jihadiste composte da membri della branca siriana di al Qaeda, da foreign fighters di varie province dello stato islamico e da Daesh, il braccio siriano dell’Isis.
Il Rojava ed il confederalismo democratico sono sorte come entità territoriale e modello politico all’indomani della sconfitta dell’Isis, in luoghi dove veniva imposta la sharia ed ogni popolo perseguitato e massacrato a causa di settarismi religiosi e nazionalisti.
Ciò che in questi anni le zone dell’amministrazione autonoma hanno coltivato è un modello di società inedito: che comprende e tutela ogni diversità dei vari popoli compresi nel variegato mosaico culturale ad est dell’Eufrate, che durante una guerra civile lunga e sanguinosa hanno potuto trovare nel confederalismo democratico tutela e pace sociale.
È fondamentale per l’intero medio oriente prendere in considerazione l’opzione confederalista, orizzonte che oggi viene oscurato dalle nubi della guerra santa, dall’odio etnico e religioso che Jolani e i suoi tagliagole vogliono imporre in luoghi dove i popoli avevano imparato a vivere liberi insieme.
Turchia e Stati Uniti si sono messi d’accordo per spartirsi il petrolio del Rojava, usando per moneta il sangue dei curdi, che in questi anni sono riusciti, assieme alla popolazione del nordest, a mettere in piedi il più avanzato esperimento di socialismo moderno.
Oggi tutto il mondo ha gli occhi puntati su ciò che sta accadendo, perché è inaccettabile che coloro che hanno messo termine alla tragedia del califfato da eroi ora vengano spazzati via dagli stessi jihadisti con il benestare dei governi del mondo in cambio di qualche pozzo di petrolio.
Migliaia di prigionieri dell’ isis sono stati liberati ed immediatamente integrati nell’esercito di macellai del jihadista Jolani, le sparizioni forzate, esecuzioni, stupri e deportazioni sono il loro preciso obiettivo nei confronti di chi continua a difendere la rivoluzione.
È necessario in ogni città ed in ogni Paese mobilitarsi e raccogliere fondi per aiutare quanto più possibile, occupare, sabotare, boicottare ogni tipo di collaborazione con lo stato Siriano e Turco, pretendendo la cessazione di ogni rapporto con stati islamisti e terroristi, che fanno della pulizia etnica e del genocidio la loro politica quotidiana.
Per la rivoluzione delle donne e dei giovani, per un mondo libero da stati nazione, dobbiamo difendere il Rojava ed il confederalismo adesso! Biji Rojava!
Nei giorni scorsi a Reggio Emilia sono stati convocati in questura per la comunicazione formale di denuncia una ventina di manifestanti che il 22 settembre presero parte al primo sciopero generale contro il genocidio in corso a Gaza. Gli indagati sono esponenti dei movimenti reggiani e degli spazi sociali.
Sono contestati reati connessi all’interruzione del pubblico servizio ferroviario, all’ostacolo alla circolazione dei treni. La manifestazione, partecipatissima, si svolse in maniera regolare, e simbolicamente bloccò per alcuni minuti la stazione centrale in piazzale Marconi. Una pratica quella del blocco delle strade e delle stazioni messa in atto in quei giorni da un milione di persone in tantissime città, bloccando aereoporti, scali marittimi, stazioni, tangenziali ed autostrade.
Con il reato di interruzione di pubblico servizio viene contestata anche l’aggravante di blocco ferroviario, una nuova fattispecie di reato prevista dal cosiddetto decreto sicurezza, che già in fase di realizzazione ha visto un’ampia contestazione e mobilitazione civile, associativa, sindacale e politica nazionale.
Il decreto ex 1660 si propone come una legge fortemente repressiva contro ogni forma di conflitto sociale e dissenso pubblico e se la mobilitazione iniziata il 22 settembre è riuscita nella pratica ad accantonarla e sfidarla in virtù dell’indignazione e partecipazione viva alla missione straordinaria della Flotilla, oggi a caduta viene utilizzata repressivamente per scongiurare altre mobilitazioni.
In questi giorni è stato proposto un nuovo pacchetto di leggi sempre in materia di misure repressive verso il dissenso, che supera e aggrava le misure “nuove” della legge sulla sicurezza. Non saranno queste denunce e la criminalizzazione della solidarietà con popoli colpiti da genocidio e gravi ingiustizie a fermarci.
Continueremo a fare quello che ci ha contraddistinto in questi decenni, manifestare ed opporci contro ogni limitazione dell’agibilità politica dei movimenti di protesta. In un mondo in cui la democrazia viene vista come un ostacolo alle manovre di governi sempre più autoritari e a continuare a ingrassare i pochi super ricchi, noi continueremo a batterci per un futuro di giustizia e dignità per tutte e tutti noi, contro i Re e le loro guerre.
Per tutto questo rilanciamo la cena spese legali di venerdì 30 gennaio al Lab Aq16.
Non solo un’occasione per ritrovarsi, ma un’opportunità per sostenere la difesa legale nei processi a carico di compagne e compagni. Come tutti gli anni lo spazio sarà aperto e accogliente in una cena conviviale, gesto soprattutto di un atto politico collettivo consapevole.
Durante la serata ci sarà la cena a base di antipasti vari, polenta e sughi, dolci in abbondanza, oltre alla lotteria con tantissimi premi! Per tutte le info consulta il post sul nostro account, per prenotare un posto a cena scrivi un messaggio al 338 6066779. Vi aspettiamo!✊🏼
Sabato 17 gennaio ore 16 in Piazza Prampolini a Reggio Emilia
Gli spazi sociali partecipano all’iniziativa promossa dalla rete “Presidiamo la pace”
Nelle ultime due settimane la popolazione iraniana è scesa in piazza, per l’ennesima volta, contro il governo clericale capeggiato dalla guida suprema Alì Khamenei. La risposta del regime non si è fatta attendere, internet down e mano libera nel massacro dei manifestanti.
A questo scenario si aggiunge l’attacco all’amministrazione autonoma del nord est della Siria operato dalle truppe del governo filo turco di Damasco recentemente passato nelle grazie dell’amministrazione USA, guidato dall’ ex jihadista Ahmed Al Sharaa.
La pace e la convivenza tra i popoli partono da basi ideali ma soprattutto su progetti concreti di amministrazione dei territori. Il medioriente, crocevia millenario di etnie, culture, religioni soffre un’eredità pesante del passato coloniale che ha imposto divisioni statali e governi sanguinari che fino ad oggi gravano sulle popolazioni.
L’esperienza del Rojava e le legittime aspirazioni democratiche delle donne e degli uomini iraniani vanno difese e supportate. La sperimentazione di modelli politici e sociali di convivenza in atto in quel contesto parla a tutto il mondo. La rivoluzione in Rojava e le rivolte in Iran interrogano tutti e tutte sui limiti di entità politiche come lo stato moderno, sia esso laico o clericale, e del patriarcato come sistema sociale basato sul potere predominante degli uomini, in cui questi detengono la maggioranza delle cariche politiche, dell’autorità morale, del privilegio sociale e del controllo delle proprietà.
Ma soprattutto interrogano la commistione di stato e patriarcato in un regime economico capitalista che mantiene in povertà la maggioranza della popolazione tutelando esclusivamente gli interessi dei pochi che gestiscono territori ricchi di fonti di energia fossile come gas e petrolio.
Scendiamo in piazza, ancora una volta, insieme a tutte quelle realtà reggiane che erano e sono al nostro fianco per fermare la mano genocida sionista tutt’ora impegnata nell’ annientamento del popolo palestinese di Gaza e Cisgiordania. Manifestiamo per supportare il popolo iraniano che si batte per liberarsi dal giogo di uno stato clericale assassino e per difendere l’esperienza amministrativa della Siria del nord est.
Ma soprattutto per condannare le mire degli imperialismi che in un mondo multipolare promuovono dittature e massacrano le popolazioni impedendo l’autodeterminazione dei popoli, dall’Ucraina al Venezuela passando per Palestina e Rojava, l’Iran e tutti quei contesti di guerra e genocidio sparsi per il pianeta. Solidali ai rivoltosi di tutto il mondo per un futuro di giustizia sociale ed ambientale
Dalle montagne kurde Alle nostre città Donna, Vita, Libertà
L’annuncio del concerto di Kanye West alla #RCFArena sta producendo il solito copione: entusiasmo per l’indotto economico da una parte, e una corsa agli alloggi che sfocia immediatamente in prezzi fuori scala dall’altra. È un meccanismo ormai noto, ma non per questo menoproblematico.
Che a Reggio Emilia l’85% delle strutture risultino già piene, a più di un anno dall’evento, non è un segnale di “successo turistico”, bensì la fotografia di un mercato che, in assenza di regole, si muove secondo pura speculazione. Camere a 800-900€ a notte non rappresentano un’opportunità economica: sono una distorsione. E quando anche i comuni della provincia (Scandiano, Campegine, Correggio) arrivano a chiedere cifre triplicate, significa che l’effetto non è più un beneficio diffuso, ma un’onda che travolge ogni equilibrio. Il paradosso è evidente: basta spostare la prenotazione di 24 ore e tutto torna normale.
Non è turismo, è un picco artificiale che arricchisce pochi e non lascia nulla sul territorio se non la percezione di una città cara e inaccessibile. E soprattutto non ha nulla a che fare con un’idea sana di turismo, quella che valorizza un territorio, lo rende accogliente, crea relazioni e opportunità durature. Qui siamo davanti all’opposto: un modello che consuma senza restituire, che sfrutta senza costruire.
C’è poi un elemento etico che non può essere liquidato con leggerezza. Quando si ospita un artista che negli anni ha alimentato polemiche pesanti, comprese dichiarazioni apertamente naziste, utilizzando nel proprio repertorio simboli come la svastica, e idee antisemite, sarebbe auspicabile che il dibattito pubblico non sifermasse al sold-out degli hotel.
L’economia conta, certo, ma non può diventare l’unico parametro di valutazione. Reggio Emilia ha una tradizione culturale e civile che merita di più di un solo “effetto Kanye”, misurato in euro. Un evento culturale può essere un’opportunità, ma solo se inserito in una visione più ampia, che tenga insieme accoglienza, sostenibilità, reputazione e valori, altrimenti resta un gigantesco weekend di speculazione, utile a pochi e poco coerente con l’identità della città.Il mega concerto una tantum non risolleverà certo le sorti di un infrastruttura che stenta a decollare.
Preferiamo al grande evento, parente stretto della logica predatoria della grande opera utile solo a chi la fa, una rete diffusa di eventi su scala “umana”. Facilitare eventi musicali in club, circoli, centri sociali, piazze cittadine e parchi porterebbe ricchezza distribuita alla città, senza concentrarla nelle mani dei soliti speculatori dell’affitto breve”. Inoltre, è inutile sperare che puntando tutto su un paio di concerti all’anno, il turismo a Reggio possa risollevarsi, quando il centro storico in primis è una zona fantasma, popolata da soli negozi sfitti e catene di fast fashion, con pochissima proposta locale e di artigianato.
E c’è un ultimo punto, non meno amaro: questa impennata dei prezzi è uno schiaffo a chi, pur lavorando, fatica ogni giorno a trovare una casa a un costo sostenibile. Mentre si celebra l’indotto di un weekend, si dimentica che per molti residenti l’alloggio nella propria città è già oggi un problema strutturale, e che normalizzare queste dinamiche significa accettare che il diritto all’abitare possa essere sacrificato sull’altare di un evento.
Le interminabili file che si snodano dall’ingresso dell’ufficio immigrazione della #Questura di Reggio Emilia lungo i parcheggi di viale Piave sono ben note. Meno note sono invece le ragioni che portano alla formazione sistematica di quelle file, così come gli iter interminabili che si svolgono all’interno degli uffici della questura per la richiesta, il rinnovo ed il rilascio dei permessi di soggiorno. Iter burocratici che lasciano vite sospese, e che interrompono percorsi di integrazione intrapresi con grande fatica. Intorno a questo tema si è tenuta un’assemblea sabato 8 novembre, che ha riunito un gruppo variegato di cittadini e cittadine reggiane: rappresentanti di associazioni e cooperative sociali ma anche avvocati, consulenti in materia d’immigrazione e attivisti per i diritti delle persone di origine straniera. Le persone presenti hanno sottolineato in primo luogo il problema delle lunghe attese per il rinnovo dei permessi di soggiorno. La situazione paradossale in cui ci si ritrova è che persone residenti da tempo nella nostra città, spesso lavoratori con anni di contributi alle spalle e con tutte le carte in regola per rinnovare il permesso di soggiorno, si ritrovano a dover attendere un anno, a volte addirittura due, con in mano solamente una ricevuta postale dell’invio della richiesta di rinnovo. La ricevuta ha una durata di nove mesi, per cui le persone si ritrovano presto ad essere formalmente regolari, ma nella pratica impossibilitate a rinnovare il contratto di lavoro o a stipularne uno nuovo, a rinnovare la tessera sanitaria, la carta d’identità, ecc, così come a viaggiare fuori dal Paese. Questo crea problemi anche per le imprese del territorio, che devono scegliere tra non rinnovare il contratto a lavoratori formati e tenerli con il rischio che vengano considerati irregolari da un punto di vista lavorativo, non avendo in mano alcun documento valido. In secondo luogo, è emersa la problematica legata alla richiesta, da parte della Questura, di una dichiarazione di ospitalità depositata alle autorità locali come prova di domicilio per poter accedere alla domanda di asilo. Si tratta di un requisito non previsto dalla legge, che di fatto rappresenta un ostacolo all’esercizio di un diritto costituzionale. L’esigenza di produrre questo documento anche per persone senza dimora alimenta un vero e proprio mercato parallelo di domicili fittizi. Per ottenerli, le persone sono spesso costrette a indebitarsi per centinaia di euro. Tutto questo, unito alla frequente richiesta di integrazione di documenti spesso non realmente necessari, moltiplica gli accessi allo sportello immigrazione. Persone che dovrebbero recarsi in questura solo una o due volte per concludere una pratica, si ritrovano ad attendere per ore in fila anche quattro o cinque volte. Se aggiungiamo il fatto che l’unica modalità reale di accesso è quella in presenza, e che gli appuntamenti vengono dati a tutti all’orario di apertura dell’ufficio, è evidente che la formazione di lunghe file non sia un accidentale imprevisto. Per questo motivo, la rete di associazioni, professionisti e cittadini chiederà l’apertura di un tavolo di confronto con la Questura, al fine di rappresentare le criticità emerse. Si tratta di problematiche che non riguardano soltanto i cittadini di origine straniera, ma che investono l’intero tessuto sociale ed economico locale. L’obiettivo è promuovere l’avvio di soluzioni concrete e condivise.
Firmato da: Città Migrante OdV; Ass. degli Ivoriani a Reggio Emilia; Ass. Senegalese di Reggio Emilia e Provincia Aps; Ass. Badegna (maliani); Yiriba ODV; PLAI APS (moldavi); Ass. Il Dialogo (tunisini); Ass. dei Burkinabè di Reggio Emilia ed Emilia Romagna; Ass. Gambiana Reggio Emilia; Ass. dei cittadini del comune di Zonsé in Italia; Ass. dei volontari ucraini in Italia; Ass. Bahaghari (filippini); Ass. Nsaa Kente Group (ghanesi); Passaparola OdV; Partecipazione OdV; FILEF OdV; Arcigay Gioconda Reggio Emilia APS; Ass. AMAR; Penso a te APS; Avvocato di Strada-Sportello di RE; Ass. Gruppo Laico Missionario; Angela Mazzocchi, Maura Veneziani, Clara Dorigatti e Jan Jensen dell’ass. Querce di Mamre; Coop. Centro Sociale Papa Giovanni XXIII; Sara Bondavalli per Moving People by Gruppo Europa; Coordinamento avvocati immigrazionisti Reggio Emilia (Avv. Mattia Vaccari, Avv. Alessandra Scaglioni, Avv. Abdelhakim Bouchraa, Avv. Valeria Farri, Avv. Caterina Caldarola, Avv. Franco Beretti, Avv. Lucia La Rocca, Avv. Angelo Russo, Avv. Giuseppe Caldarola, Avv. Federico Borghi, Avv. Greta Musta, Avv. Rina Xhihani, Avv. Enrico Corradini, Avv. Patrick Stella, Avv. Mara Greco, Avv. Daniela Obodai, Avv. Annalisa Guano, Avv. Mario Di Frenna, Ihsane Ait Yahia)
Invitiamo tutte e tutti a tre appuntamenti per parlare di noi, lavoratrici e lavoratori, per approfondire il tema del lavoro alla ricerca di lenti collettivi attraverso cui guardare la contemporaneità e le sue contraddizioni, per dotarci di nuovi strumenti con cui organizzarci insieme.
Iniziamo sabato 22 novembre alle 17:00 a Casa Bettola con la presentazione del libro “Per un atlante della memoria operaia” edito da DeriveAprodi con Lorenzo Teodonio, curatore del volume insieme a Mario Tronti, in dialogo con Marta Fana e Giovanni Iozzoli, che hanno contribuito al libro.
Giovedì 4 dicembre alle 21:00 al Lab AQ16 si svolgerà il dibattito “Gli operai votano a destra, destrutturare la narrazione per ricostruire la coscienza”, con Tommaso Cerucisi e Alessandro Marzolino.
Infine, sabato 6 dicembre alle 17:00 alla Gargotta del Popol Giost, presentiamo il libro “Risto Reich. Il lavoro del cameriere”, edito da Alegre con l’autore Luigi Chiarella.
Da trent’anni politici e media provano a narrare una società in cui non esiste più lo scontro politico e sociale tra Capitale e Lavoro, che lo scontro tra le classi non sia più attuale perché superato dalla produzione di ricchezza e dal benessere diffuso delle società occidentali e che oggi sia giunto il momento per cui padroni, lavoratrici e lavoratori possano gestire le “aziende” di comune accordo per il soddisfacimento dei rispettivi bisogni.
Gli ultimi trent’anni ci consegnano una classe lavoratrice cresciuta a livello numerico ma indebolita per le proprie rivendicazioni nel riconoscimento di se stessa e nella convinzione della propria forza. È perciò necessario aggiornare il nostro approccio rispetto a tutto ciò che riguarda il mondo del lavoro, delle lavoratrici e dei lavoratori, un mondo che negli ultimi anni ha avuto un cambio repentino e che con l’introduzione e la socializzazione dell’Intelligenza artificiale potrebbe vivere un ulteriore cambio epocale.
Affrontare il tema del lavoro e dello sfruttamento del lavoro vorrà allora dire riconoscere come l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori deve superare ostacoli fittizi prodotti in decenni di attacchi e divisioni. Cogliere che non c’è differenza tra lavoro produttivo e riproduttivo, che la riproduzione del capitale con le crisi che determina si contrappone alla riproduzione sociale, che non esiste un’economia nazionale ma forze produttive subordinate al capitalismo globale. Ma proprio per questo parlare di lavoro, lavoratrici e lavoratori porta ad interrogarci su un nuovo modo di produzione e di nuovi rapporti di produzione in grado di porre la riproduzione sociale al di sopra della riproduzione del capitale.
In questo preciso contesto sentiamo l’esigenza di parlare di noi, lavoratrici e lavoratori, del passato del presente e del futuro e di farlo in modi differenti con l’obiettivo di allargare le basi teoriche sulla modernità dei rapporti tra capitale e lavoro, di allungare lo sguardo sul mondo in divenire alla luce della crisi politica del capitalismo a gestione liberale, con l’obiettivo di favorire le lotte, renderle sempre più efficaci e continuare a costruire tra tanti e tante la forza necessaria alle organizzazione politiche sociali e sindacali a confliggere con la barbarie.
Federica Zambelli (Città Migrante) e Luca Censi (cooperativa Centro sociale Papa Giovanni XXIII) dialogheranno con gli ospiti:
Vincenzo Scalia (tra le autrici/autori del libro e professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze) e Dario Tuorto (professore ordinario in Sociologia dei fenomeni politici presso il dipartimento di Scienze dell’Educazione “G.G. Bertin” dell’Università di Bologna).
Come i testi clandestini nei sistemi autoritari, questo glossario serve per resistere alla repressione e per non piegarsi a una logica da Stato di polizia che criminalizza il dissenso e assoggetta i diritti alla paura. Da voci esperte del diritto, dell’attivismo e dell’impegno civile, una guida per comprendere lo smantellamento della democrazia sociale, la violenza del potere, la militarizzazione della società e le forme di reazione possibili. Per le attiviste, gli attivisti e le persone di buona volontà, un manuale essenziale per l’emancipazione nel conflitto. Resistiamo!
Aggiornamento – Di seguito la registrazione della presentazione Se dal player non funziona bene, provate a questo link
Pesentazione del libro Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, con l’autore Rodrigo Nunes. Viviamo in un’epoca in cui non mancano i movimenti sociali ma sono scomparse le organizzazioni di massa. In società sempre più atomizzate, in cui le identità collettive si sono rarefatte e dove i social network danno l’impressione a chiunque di potersi mobilitare senza doversi radicare in nessun luogo. L’idea stessa di organizzazione è diventata un “trauma”, a causa dei leaderismi e delle burocratizzazioni viste e riviste nel corso della storia.L’organizzazione ha però la doppia natura del pharmakon: è allo stesso tempo veleno e cura. Organizzarsi è infatti l’unico modo per permettere a chi non ha potere di espandere la propria capacità di agire in un mondo attraversato da enormi diseguaglianze e oppressioni. Per questo Rodrigo Nunes costruisce una nuova teoria dell’organizzazione politica, ridefinendo i termini del problema e liberando il campo dall’idea che esista una forma organizzativa – che sia un partito, un sindacato o un movimento – da replicare universalmente.Per decenni i dibattiti a sinistra hanno avuto la tendenza a fissare concetti contrapposti come orizzontalità e verticalità, differenza e unità, centralizzazione e decentramento, micropolitica e macropolitica come coppie disgiuntive che si escludono a vicenda: o l’una o l’altra. Nunes capovolge i presupposti abituali e propone di adottare una prospettiva ecologica, inquadrando la molteplicità delle strategie e delle organizzazioni come un ecosistema. Un approccio teorico che permette di valorizzare la cooperazione e la convergenza, e di sfruttare a proprio vantaggio la pluralità e l’eterogeneità dell’attuale fase politica e sociale.