𝟮𝟱 𝗔𝗣𝗥𝗜𝗟𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟮, 𝗔 𝗧𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗔𝗟𝗧𝗔 – Manifestazione cittadina

𝘾𝙤𝙣𝙘𝙚𝙣𝙩𝙧𝙖𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙝.10:30 𝙘.𝙨𝙤 𝙂𝙖𝙧𝙞𝙗𝙖𝙡𝙙𝙞 (𝙖𝙡𝙩𝙚𝙯𝙯𝙖 𝙗𝙖𝙨𝙞𝙡𝙞𝙘𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙂𝙝𝙞𝙖𝙧𝙖) #ReggioEmilia

Come ogni anno vogliamo scendere in piazza il 25 Aprile, e come ormai consuetudine lo vogliamo fare all’interno delle celebrazioni ufficiali della e nella nostra città.
Ogni 25 Aprile scendiamo in piazza per celebrare la resistenza partigiana, la sconfitta del nazifascismo e la liberazione dell’Italia, occupata dai nazisti in collaborazione con i fascisti, nonché la fine della seconda guerra mondiale nei nostri territori.

Ogni anno questa data assume caratteristiche e rivendicazioni differenti perché, per noi, non è e non può essere mero ricordo o celebrazione asfittica, tanto più in questo periodo storico in cui nel nostro paese l’egemonia politica e culturale della destra tenta in ogni modo di sminuire se non cancellare il portato storico e valoriale nato dalla resistenza e da quanti hanno combattuto in essa. Questo 25 Aprile ovviamente c’è molto di più, la guerra è tornata in Europa con il suo carico di morte, distruzione e nuove povertà per molti, ma anche di grandi affari per pochi.

Nel nostro paese rullano forti i tamburi di guerra, quasi l’intero arco parlamentare, le istituzioni, i grandi media, i loro editorialisti e l’industria degli armamenti lavorano a pieno ritmo sulla necessità di sentirsi come parte in guerra, mentre la maggioranza degli italiani la pensa in maniera diametralmente opposta. Noi siamo all’interno di questa maggioranza. Una maggioranza che viene sistematicamente attaccata e denigrata ogni giorno ma che nonostante sia sottoposta ad un martellamento costante da più di un mese continua a mantenere salda la propria idea, senza timori e a testa alta. Per questo invitiamo tutti e tutte a scendere in piazza per dare una risposta collettiva a chi ci vorrebbe proni e intimoriti dalla propaganda in atto nel nostro paese, portando anche la nostra solidarietà e complicità con l’ANPI vergognosamente attaccata in questi giorni per le proprie posizioni.

Non sceglieremo se stare dalla parte del governo imperialista e aggressore Russo o dalla parte del governo corrotto e nazionalista Ucraino(due facce della stessa medaglia), ma staremo come sempre con le popolazioni colpite dalla guerra con quanti soffrono e muoiono sotto le bombe in Ucraina, con quanti vengono incarcerati in Russia o con quanti vengono denigrati perchè assumono posizioni critiche e pacifiste.

Nonostante questa guerra vede contrapporsi uno stato invasore e uno stato occupato essa è comprensibile solo come ulteriore degenerazione della crisi del capitalismo globale, che ha già mostrato il suo volto di morte in molti modi. E’ questo sistema globale fondato sullo sfruttamento e sulla supremazia che produce le condizioni della guerra e non ci faremo trascinare da una parte o dall’altra lasciandoci ingannare dalla propaganda di chi ci vuole fare credere che solo riempiendo il mondo di armamenti si possa arrivare ad un sistema di Pace globale lungo e duraturo.

Scendiamo in piazza per dichiarare con forza la nostra avversione all’aggressione militare della governance russa al territorio e alla popolazione ucraina. Scendiamo in piazza per dichiarare la nostra avversità alla governance italiana ed europea che decidono di destinare decine e decine di miliardi alle spese militari, miliardi che invece dovrebbero servire, almeno come priorità, per migliorare i sistemi pubblici scolastici, sanitari e dei trasporti, per la lotta al dissesto idrogeologico dei territori e al riscaldamento globale, per la conversione ecologica del modello di sviluppo e per un reale piano di contrasto e prevenzione alle morti sul lavoro.

Le guerre le decidono i governi e i loro apparati, i militari che le combattono e i civili che le subiscono non hanno scelta, noi che una scelta l’abbiamo, possiamo e dobbiamo scegliere di lottare contro quel sistema che la produce e la legittima e questo 25 Aprile abbiamo la possibilità di farlo, in tanti e tante.

𝐿𝑎𝑏𝑜𝑟𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖𝑜 𝐴𝑄16 – 𝐶𝑎𝑠𝑎 𝐵𝑒𝑡𝑡𝑜𝑙𝑎 – 𝐴𝑠𝑠. 𝐶𝑖𝑡𝑡𝑎̀ 𝑀𝑖𝑔𝑟𝑎𝑛𝑡𝑒

LA GUERRA È CONTRO DI NOI

📌 Venerdì 18 marzo, ore 18:00, Piazza Prampolini

Gli effetti della guerra in Ucraina, dove superpotenze mondiali si contendono il predominio capitalista globale, uccide e schiaccia le lavoratrici e i lavoratori di tutti i paesi riducendoli alla povertà e alla disoccupazione.

Chiediamo:

🔴 Fine della guerra in Ucraina e ripresa di negoziati diplomatici. Sospensione dell’invio di armi all’Ucraina e uscita dell”Italia dalla Nato.

🔴 Sottrazione dei prezzi di energia, carburanti, cereali e beni di prima necessità dalla speculazione di borsa attraverso una politica comune europea di calmierazione dei listini.

🔴 Vogliamo uno stop immediato ai licenziamenti.

🔴 Garantire il diritto alla casa per tutte e tutti attraverso radicali politiche di requisizione del patrimonio immobiliare privato non utilizzato.

🔴 Riduzione drastica delle spese militari italiane e investimento in sanità, welfare e in misure ecosostenibili per l’indipendenza del paese dai combustibili fossili

🔴 Apertura di corridoi umanitari e programmi di accoglienza per tutte le persone che fuggono dalle guerre

🔴 Fine dello stato di emergenza e ripresa di una piena agibilità democratica nella società e sui posti di lavoro.
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⚠️ Segui tutti gli aggiornamenti sul canale Telegram “Assemblea No Guerra No Carovita Reggio Emilia”: https://t.me/AssembleaNoGuerraNoCarovita

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Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto

Nel rumore di fondo delle elezioni presidenziali, la voce di studentesse e studenti, lavoratrici e lavoratori, donne e uomini, ha riportato l’attenzione sui temi lasciati nell’ombra del teatro politico: welfare, sanità e scuola pubblica, salario, reddito e diritti, giustizia climatica e ambientale, autodeterminazione e democrazia sostanziale.
Era importante ritornare in piazza, tutte e tutti insieme, in un corteo per le vie della città per gridare il nostro dissenso verso una gestione del presente che ci rende più poveri e precari. Una mobilitazione nata da un percorso fatto di assemblee pubbliche molto partecipate e ricche di interventi. 400 persone unite che si mobilitano contro il governo Draghi le politiche neoliberiste e Confindustria sono a nostro avviso un dato importante per la nostra città.

Un dato che segna un abissale differenza tra chi, come noi, la politica la intende come un quotidiano gesto collettivo e solidale volto a costruire proposta politica per una società nuova e una classe dirigente e politica attenta solo al profitto di pochi e palesemente inetta ad esercitare la minima funzione di rappresentanza dei bisogni popolari. La vicenda della rielezione di Mattarella al Quirinale parla da se, un fallimento totale di una politica chiusa in se stessa.
Rimane da capire come costruire convergenza in una fase storica complicata come quella di oggi.

Il corteo di ieri ci consegna un dato di non semplice lettura ma indubbiamente positivo, abbiamo rotto l’isolamento, riattivato soggettività e unito organizzazioni della sinistra cittadina, valorizzato la voce di studentesse e studenti troppo spesso rimasta inascoltata e recentenente violentemente messa a tacere. Emerge però, ben visibile anche in corteo, l’interpretazione differente di un contesto pandemico gestito dal capitale che crea polarizzazioni insanabili ad uso e consumo del “divide et impera”.
La vicenda del green pass, che per qualcuno è il meccanismo principe da cui tutto nasce, per noi solo uno dei tanti effetti con cui il neoliberismo governa, diventa punto non di convergenza delle lotte ma al contrario un freno. Abbiamo scritto tanto su questo, è tutto in rete, e per questo non vogliamo perdere troppo tempo su come noi intendiamo sanità pubblica e come una estesa campagna vaccinale svincolata da brevetti e profitti sia per noi importante.

Adesso, con il dato del corteo di ieri, bisogna scegliere con chi costruire quell’idea che chiamiamo convergenza.

Adelante

📢 Manifestazione cittadina Sabato 29 gennaio📢

Concentramento ore 16.30, Porta San Pietro #ReggioEmilia

QUANDO TUTTO SARÀ PRIVATO SAREMO PRIVATI DI TUTTO!

Sono decenni che vediamo i nostri diritti, il welfare, i beni comuni, sacrificati sull’altare dell’emergenza di turno, addotta come pretesto per tagliare sulla scuola, la sanità, il lavoro, i servizi e allo stesso tempo per regalare miliardi alla finanza, alle multinazionali o ai colossi militari-industriali.
Sono decenni che paghiamo le crisi e le emergenze di volta in volta create da questo sistema, ed ogni volta ci raccontano la favola che non c’è scampo: la salvezza sta nelle bombe sull’Iraq, nel chiudere le frontiere, nel dare i soldi alle banche, nel green washing dell’industria energetica, nell’investire sui colossi farmaceutici e nelle black farm dei dati digitali, mentre la sanità territoriale viene tagliata, mentre i posti letto negli ospedali si sono ridotti di oltre il 70% negli ultimi 30 anni, e mentre la sanità privata fa affari d’oro grazie alla messa in sofferenza di quella pubblica.

A due anni dall’inizio della pandemia è ormai evidente che questa sia l’ennesima crisi che dobbiamo pagare noi.
Stiamo pagando con le nostre tasche e con le nostre vite in quanto lavoratrici e lavoratori con salari tra i più bassi d’ Europa, delocalizzati e messi alla porta con messaggi whatsapp, sempre al secondo posto rispetto agli interessi d’impresa, mentre le nostre vite e la nostra riproduzione sociale vengono sacrificate sull’altare del profitto capitalista.

Stiamo pagando in quanto studentesse e studenti, personale scolastico e educativo, perché le scuole e i servizi educativi in questi ultimi due anni sono stati l’elemento sacrificabile per consentire il proseguimento sfrenato della produzione. Scuole, università, trasporti, settori che si trovano vittime di tagli e investimenti carenti facendoci pagare l’amara conseguenza di una inadeguatezza strutturale, senza personale sufficiente e spesso poco formato, con educatrici e educatori costretti a dimettersi per via degli stipendi inadeguati, sottoposti a meccanismi di controllo e sorveglianza già adottati e sperimentati a livello industriale, con strutture fatiscenti, che vengono chiuse una dopo l’altra e mai più riqualificate.

Stiamo pagando perché gli ingenti tagli della sanità pubblica a favore del privato la rendono insufficiente a soddisfare i bisogni delle cittadine e dei cittadini. Carenze che, con la pandemia, oggi sono sempre più sotto gli occhi di tutti e tutte: precarietà, pochi posti letto, liste bloccate per prestazioni specialistiche, servizi burocratici e di prenotazione inutilizzabili, tutela e cura delle malattie gravi carente, ospedalizzazione spinta, medicina territoriale in dismissione.

Stiamo pagando con lo smantellamento del sistema pensionistico e dei servizi di cura alla persona. Un lento ma costante declino di un welfare pubblico a tutto vantaggio delle assicurazioni e servizi assistenziali privati.

Stiamo pagando in quanto donne su cui i costi della crisi sono stati scaricati in modo asimmetrico, con un aumento delle diverse forme di violenza di genere intrecciate tra loro: violenza fisica e psicologica ma anche economica e sociale, che si manifestano nella sfera lavorativa, pubblica e familiare. Donne su cui ricade il peso del patriarcato, di cui il modello sociale capitalista storicamente si serve per riprodurre il proprio sistema iniquo.

Stiamo pagando perché i nostri soldi finiscono per finanziare i disastri climatici. A vantaggio delle grandi corporation dell’energia che dopo aver creato guasti planetari oggi impongono soluzioni “green” inutili, comode solo per estrarre ancora più valore dalla natura e dai territori. Una conversione ecologica che non risponde ai nostri bisogni, ma ai bisogni dei potenti, che mettono a rischio le nostre vite, devastando i nostri territori e il pianeta. Stiamo pagando per scelte politiche che cercano di mantenere viva una normalità insostenibile, eludendo l’ineccepibile constatazione che vede antagoniste tra loro l’estrazione capitalista e la salvaguardia degli ecosistemi.

Dal 2001 con la guerra infinita, passando per il 2008 e il 2011, la crisi finanziaria e “l’emergenza migranti”, paghiamo il costo di “crisi” sistemiche che rimodulano la spesa pubblica, limitano diritti, creano capri espiatori, rafforzando un sistema neoliberista che fagocita, sfrutta e devasta tutto quello che incontra sul suo cammino. Sicché mentre l’UE, il caposaldo del neoliberismo in Europa e quindi tra i reali responsabili della miseria del presente, da una parte elargisce briciole in prestiti con l’aggravio delle condizionali modello Troika che da noi si esprimono nel PNRR (miliardi che il governo regalerà al privato a discapito del pubblico), dall’altra è impegnata in un riarmo senza precedenti condito da un’aggressività militarista tipica dei modelli politici della destra reazionaria. Nel nostro paese negli ultimi due anni, quelli della pandemia, le spese militari hanno continuato ad aumentare in maniera esponenziale(26 miliardi per il 2022 di cui 8,3 miliardi per nuovi armamenti) sottraendo miliardi a ciò che invece sarebbe utile come i servizi primari che sono la cartina tornasole del benessere di una società.

Non siamo più disposte e disposti a pagare per tutto questo: serve prendere posizione e costruire opposizione sociale contro un governo e un sistema che incarna l’immagine del neoliberismo, farlo come soggettività che cercano convergenza verso un fine comune: la costruzione di un nuovo modello di società che metta al centro il benessere di tutti e tutte. Mettiamo in gioco le nostre capacità di scendere in piazza, di organizzarci, creare conflitto sociale, riflettere e sciogliere i nodi alla loro radice.
Convochiamo questa piazza perché stanchi e stanche di un comando che mette sempre l’interesse privato davanti al pubblico, stanchi e stanche di assumere singolarmente il peso delle scelte e delle loro responsabilità di governo.

Non siamo più disposte e disposti a pagare ulteriormente i costi di una crisi che il governo Draghi non sta facendo altro che accelerare e rendere più pressante, sia nella gestione quotidiana, sia in quella pandemica. I due piani si sono fusi insieme perché per il governo lo stato di emergenza è “nuova condizione normale” per l’esercizio del potere da parte dell’élite finanziaria e confindustriale.
Abbiamo deciso di far convergere le nostre diverse capacità, i nostri percorsi, i nostri obiettivi, come contributo verso un fine comune, che è quello di una società ed una politica differente, lasciandoci finalmente alle spalle quest’epoca fatta di paura, ricatto, debito e povertà.

Opponiamoci alle scelte politiche di un sistema schierato dalla parte di Confindustria, della finanza, dei colossi big-tech e di quel ceto politico che fintamente si scanna davanti alle telecamere per eleggere un presidente della repubblica italiana che comunque vada non potrà più rappresentare i valori democratici conquistati a caro prezzo in epoche costituenti passate ne avere a cuore le sorti delle classi popolari di questo paese.

Assemblea pubblica per una mobilitazione cittadina #ReggioEmilia

“Gli oppressi lottano con la lingua per riprendere possesso di sé stessi, per riconoscersi, per riunirsi, per ricominciare.” bell hooks

Negli ultimi due anni la lettura dei dati sull’andamento della pandemia è diventata parte della nostra vita quotidiana. Ci siamo abituati a bollettini e aggiornamenti giornalieri, con dati drammatici e numeri difficili da afferrare. Quando i tempi della pandemia si sono dilatati la nostra attenzione è diminuita, arrivando a un punto di saturazione in cui i dati sono diventati sempre più numeri ascoltati in modo distratto come le previsioni meteorologiche di una località remota.

Nella crisi che stiamo attraversando sono emersi anche altri dati drammatici. Dati che segnano una tendenza di impoverimento e precarizzazione, di erosione di diritti e democrazia, di aumento delle diseguaglianze sociali e dei dissesti ambientali, accentuando problemi preesistenti di natura strutturale e sistemica. Nonostante questi dati siano allarmanti tendono ad essere letti con la stessa assuefazione dei bollettini sanitari, normalizzando una situazione che non dovrebbe essere accettabile.
Nell’anno appena chiuso in Italia ci sono stati più di 1000 morti sui posti di lavoro. Mille vite spente mentre lavoravano in luoghi in cui la produttività e il profitto vengono considerati più importanti della sicurezza e della salute delle lavoratrici e dei lavoratori.

Nello stesso anno più di 100 donne sono state uccise da uomini. Oltre cento donne uccise, nella maggior parte all’interno delle relazioni familiari e affettive, in una società patriarcale che ha visto un aumento esponenziale delle forme di violenza di genere durante i primi anni di pandemia.

I dati sulla crisi climatica sono inequivocabili: a meno che non si riducono immediatamente le emissioni di gas serra non sarà possibile limitare il riscaldamento a 1,5°C e le conseguenze, non per le future generazioni ma qui e ora, sono catastrofi ambientali con ondate di calore, inondazioni e forti precipitazioni. Gli ultimi sette anni rappresentano il settennio più caldo mai registrato, con eventi estremi come i 38°C registrati quest’estate nella Siberia del nord, nello stesso periodo in cui ci sono stati fino a 150 millimetri di pioggia in regioni della Germania e del Belgio, causando la morte di oltre 200 persone.

Sono oltre 1500, secondo l’Oim, i migranti morti nel 2021 lungo la rotta del Mediterraneo centrale, cioè partiti dalla Libia nella speranza di raggiungere l’Italia e ancora ad oggi non esiste una normativa che permette, se non in rari casi, di arrivare nel nostro paese in maniera regolare e sicura. Ed è composta da oltre mezzo milione di persone quella popolazione “invisibile”, ai margini, costituita da persone senza tetto, con una dimora precaria o che vivono nei campi attrezzati e negli insediamenti spontanei secondo il Censimento Permanente della Popolazione e delle Abitazioni 2021 dell’Istat. Una popolazione ancora più fragile e a rischio in tempo di pandemia.

Questi sono soltanto alcuni di tanti dati preoccupanti. Possono sembrare lontani gli uni dagli altri ma osservando da vicino e con uno sguardo d’insieme possiamo vedere come sono interconnessi, con la radice nello stesso modello di sviluppo retto da sistemi di dominio che si rafforzano in modo reciproco. Sono temi intrecciati dalla razionalità capitalista che tende a ridurre tutto ad una risorsa da cui estrarre valore; risorse naturali e risorse umane, scartando ciò che non viene considerato redditizio. Sono intrecciati, soprattutto perché dietro a questi numeri ci sono le nostre vite e i nostri territori.
Vogliamo raccogliere questi dati sullo stesso foglio e agitarlo in aria per affermare che è ora di organizzarci insieme, trasformando la rassegnazione in rabbia.

Vogliamo prendere spunto dalle donne che si sono organizzate al grido “ni una mas”, per affermare che nessuna deve essere lasciata sola, e poi “non una di meno”, sottolineando la solidarietà e la complicità. Vogliamo prendere spunto dalle lavoratrici e dei lavoratori della logistica che di fronte ai magazzini scandiscono “toccano uno, toccano tutti”, dai i riders che ribadiscono “non per noi ma per tutte e tutti”, con la consapevolezza che per vincere abbiamo bisogno di lottare insieme. Vogliamo prendere spunto dai movimenti per la giustizia climatica che affermano che è tempo di “agire ora”, per sottolineare che non c’è più tempo per aspettare.
Le politiche neoliberiste degli ultimi decenni hanno perseguito l’idea che “la società non esiste” provocando una profonda frammentazione sociale, privatizzando i servizi pubblici e mercificando i beni comuni.
Durante la pandemia abbiamo tutte e tutti pagato un costo sociale molto alto per queste politiche, con terapie intensive insufficienti negli ospedali, carenza di personale e spazi nelle scuole e mancanza di servizi di prossimità nei quartieri, solo per nominare alcuni aspetti.
Negli ultimi due anni invece è diventato evidente quanto “la società esiste” e quanto si basa sulla nostra interdipendenza.

Una prima risposta per colmare la mancanza di servizi e per creare forme di cura collettiva sono state le moltitudini di iniziative di mutualismo e solidarietà attiva emerse o rafforzate nei territori. Forme di mutuo soccorso organizzate per evitare che il peso della crisi fosse scaricato sulle persone più esposte e vulnerabili.
Ora pensiamo sia importante portare la rinnovata consapevolezza della nostra interdipendenza in piazza per riscoprire la capacità collettiva di organizzarci. Come le lavoratrici e i lavoratori della GKN che di fronte al rischio si essere licenziati in massa non si sono solo mobilitati per difendere il proprio posto di lavoro e non si sono limitati a chiedere solidarietà, ma hanno ribaltato il discorso, rivolgendosi a tutte e tutti chiedendo: e voi come state? Noi rivolgiamo la stessa domanda al territorio di Reggio Emilia, con l’invito di incontrarci su un piano orizzontale per lottare insieme su un piano verticale.
Vogliamo raccogliere e valorizzare il dato emerso con lo sciopero generale del 16 dicembre: uno sciopero organizzato in controvento, riuscito grazie alla spinta dal basso, nonostante fosse stato avversato pressoché da tutti in un paesaggio politico appiattito. Una mobilitazione che ha presentato limiti, come i tempi stretti che non hanno consentito una partecipazione più estesa, ma che ha anche mostrato la potenzialità dello sciopero e la possibilità di mobilitarsi nella crisi oltre la retorica della responsabilità che tende ad essere usata per pacificare il conflitto sociale.
Vogliamo provare a organizzarci insieme perché necessitiamo di passare oltre le semplici alleanze nate per raggiungere scopi e obiettivi particolari e guardare verso le convergenze dove percorsi diversi si intersecano con un fine comune.
Pensiamo che la convergenza sociale e politica non sia una costruzione meccanica, un percorso semplice e lineare, ma piuttosto qualcosa di vivo e reticolare; in parte processi già attivi tra diverse esperienze e realtà, da rafforzare e rinvigorire.
Pensiamo che il modo migliore per convergere sia trovarsi insieme in piazza, dove ognuna e ognuno può mettere in comune le proprie vertenze e proposte, costituendo un programma politico vivo, scandito da tante voci.

Proponiamo di convergere tra diverse forme organizzative – associative, sindacali, politiche, civiche, mutualistiche, solidali, di movimento – per comporre insieme un puzzle, dove non è semplice trovare l’incastro tra i pezzi, ma cui significato e potenzialità si esprime solo nella complessità.
Invitiamo tutte e tutti a costruire una mobilitazione comune a Reggio Emilia, orientativamente sabato 29 gennaio. Nel periodo in cui l’attenzione sarà focalizzata sull’elezione del presidente della Repubblica vogliamo portare al centro della città e del dibattito pubblico e politico i nostri bisogni, desideri, proposte e progetti. Un nostro PNRR, in cui sostituiamo la resilienza con resistenza, perché non siamo più disposti ad essere gli ammortizzatori sociali dei ricchi, attutendo i colpi delle responsabilità scaricate dall’alto verso il basso, e la ripresa con riscatto, perché non vogliamo riprendere una vita che già prima non era sostenibile.

Per organizzare la manifestazione invitiamo tutte e tutti ad un assemblea pubblica, giovedì 13 gennaio alle 20.30 al Laboratorio AQ16. Con l’idea di costruire insieme una manifestazione che non sia un punto di arrivo e neanche un punto di partenza ma una tappa di una mobilitazione continua.
📢 Assemblea pubblica per una mobilitazione cittadina
📌 Giovedì 13 gennaio ore 20.30 in modalità mista – in presenza al Lab AQ16 e da remoto su zoom (il link verrà pubblicato all’interno dell’evento).

25 novembre: Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne

Nei giorni scorsi ci siamo trovati insieme per salutare Juana Cecilia Hazana Loayza, la quinta donna uccisa in quattro giorni. Ci siamo trovati in un luogo poco conosciuto della città di #ReggioEmilia, un po’ nascosto dietro le vie che di solito attraversiamo in modo distratto. Nascosto e poco visibile come lo sono le tante forme di violenza maschile sulle donne, di cui si tende a parlare quando è troppo tardi come nel caso di Cecilia, uccisa dal suo persecutore.

Nell’ultimo anno i femminicidi sono di nuovo aumentati in Italia. 103 donne sono state uccise nel 2021, di cui 60 uccise dal partner o dall’ex e 87 in ambito familiare-affettivo. Nel contesto della pandemia si è registrato un aumento esponenziale delle chiamate al 1522; nel 2020 le chiamate al numero contro la violenza e lo stalking sono aumentate del 79,5% rispetto all’anno precedente. Tra questi dati si legge come tante donne si sono rivolte ai Centri per forme di violenza emerse o accentuate nel contesto della crisi che stiamo attraversando, come la convivenza forzata e la perdita del lavoro.

Numeri cosi alti che sono difficili da afferrare e che fanno emergere il carattere strutturale della violenza maschile contro le donne insieme alle sue radici profonde in un modello di società patriarcale.

Durante gli ultimi due anni, con il percorso delle brigate di mutuo soccorso, abbiamo conosciuto da vicino le tante forme della violenza di genere. Perché il mutualismo non è soltanto la messa in comune di alimenti, vestiti o dispositivi digitali a chi si trova in difficoltà ma significa riconoscere la nostra interdipendenza, creando relazioni di reciprocità e costruendo forme di cura collettiva.

Nelle attività di mutuo soccorso abbiamo conosciuto tante donne che attraversano un percorso di fuoriuscita dalla violenza e che lottano per la loro autodeterminazione. In questo percorso verso l’autonomia si trovano tanti ostacoli strutturali e diverse forme di oppressione si sommano e si rafforzano, intrecciando discriminazioni sessiste e razziste dentro una cornice neoliberista che tende a frammentare le relazioni sociali e spezzare i legami solidali. Un percorso di autonomia che deve essere anche economica, quindi una battaglia nel mondo del lavoro che spesso istituzionalmente relega il lavoro femminile a lavoro povero, e un’autonomia di diritto al soggiorno per quelle donne di origine straniera il cui permesso di soggiorno è legato a quello del marito, condizione che spesso costringe le donne a non allontanarsi da un contesto familiare di violenza fisica o psicologica.
Inoltre vediamo come le relazioni familiari asimmetriche tendono a scaricare sulle donne il carico di cura e le forme di riproduzione sociale senza riconoscerli, nonostante abbiamo visto quanto siano fondamentali nel contesto della pandemia.

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne. Pensiamo che sia importante continuare a lottare insieme ogni giorno per non abituarci mai a questi numeri terribili, rompendo la normalizzazione della violenza di genere e affermando la nostra autodeterminazione.

Per questo invitiamo tutte e tutti a partecipare alle mobilitazioni organizzate sul territorio da Non Una Di Meno – Reggio Emilia, Non da sola e Donne in Nero, con tante iniziative durante la settimane e il presidio in piazza Prampolini venerdì 26 novembre.

Nello stesso tempo vogliamo continuare a costruire contesti e relazioni di cura collettiva attraverso pratiche solidali e mutualistici e per questo invitiamo tutte e tutti che vogliono unirsi alle Brigate di mutuo soccorso all’incontro pubblico, sempre venerdì 26 novembre al Lab AQ16

Città Migrante – LabAQ16 – Casa Bettola

Al fianco del popolo afghano. Corridoi Umanitari subito!

🔴 Giovedì 26 agosto, ore 18.30 in Piazza Prampolini 🔴

Le immagini disperate che ci giungono dall’Afghanistan, in cui le persone aggrappate agli aerei in decollo pur di fuggire dal paese precipitano nel vuoto, o delle donne che passano i propri bambini attraverso il filo spinato implorando di salvare almeno loro, rappresentano in maniera drammatica gli esiti di un ventennio di interventismo militare occidentale.

Ancora una volta la menzogna celata dietro gli ideali di esportazione di democrazia, di lotta al terrorismo e costruzione di pace, promossi dagli Stati Uniti e dagli alleati NATO, Italia compresa, si mostra per quello che è: interventi neocoloniali con il fine di destabilizzare e controllare le aree di interesse, i quali una volta cessati lasciano dietro di sé solo morti e macerie.

Ora, con il ritiro delle forze occidentali dal paese e il reinsediamento al potere dei talebani, che si apprestano a instaurare un regime fondamentalista, il prezzo di questa menzogna lo sta pagando il popolo afghano.

In questi giorni moltissime donne, uomini e famiglie con determinazione e coraggio stanno cercando il modo di scappare dal loro paese, perché non lo ritengono più luogo sicuro per le proprie vite. Un nuovo esodo è alle porte e non possiamo restare indifferenti.

Le responsabilità che come europei ricopriamo nei confronti di questa crisi umanitaria non possono essere occultate, così come non possiamo accettare che le violazioni di diritti dettate dalle politiche di respingimenti, rimpatri ed esternalizzazione dei confini, tutt’ora attuate dall’UE sulla rotta balcanica e nel Mediterraneo, vengano estese ai profughi afghani.

È necessario interrompere questa realtà e attivare subito corridoi umanitari sicuri per garantire il trasporto e l’accoglienza di chi sceglie di fuggire dall’Afghanistan.

E’ necessario inoltre fare in modo che i/le cittadin* afghani possano entrare in Italia attraverso le frontiere terresti, aree e marittime anche senza visto di ingresso .

Vogliamo che anche Reggio Emilia svolga la sua parte in questo compito e crediamo stia a noi mobilitarci affinché il nostro territorio si dimostri luogo di rifugio, complice e aperto verso le persone in movimento.

Invitiamo tutte e tutti a portare il proprio contributo al presidio – il microfono sarà aperto per gli interventi.

Prime adesioni:

Città Migrante

Lab AQ16

Casa Bettola

Studenti Autorganizzati

Associazione Partecipazione

Non Una Di Meno – Reggio Emilia

Reggio Emilia in Comune

Donne in Nero

Presidio antirazzista 14 maggio – un contributo al dibattito sui “profughi”

Presidio antirazzista
Sabato 14 maggio ore 11 davanti all’anagrafe di Reggio Emilia  (Via Toschi 27)

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E’ sicuramente semplice cambiare un menu ma non lo è cambiare un sistema, noi pensiamo però che sia possibile a partire dalla nostra città. incontriamoci, discutiamo e non lasciamo spazio al razzismo. la prima occasione per farlo è sabato 14 maggio !

Cambiare il menu è semplice, cambiare il sistema è un’altra cosa…

I richiedenti asilo, i cosiddetti profughi tornano a far parlare la città di Reggio Emilia, dopo i fatti del 27 aprile scorso in cui un gruppo di una trentina di migranti in maggioranza pakistani accolti nel progetto CAS (Centro di accoglienza straordinaria) protestano in questura per il cibo servito alla mensa in cui quotidianamente consumano il pasto. Qui ci fermiamo perché la dinamica della contestazione è stata ampiamente descritta, tanto è che è diventato un caso nazionale ed ognuno su questa vicenda ha detto la sua, un argomento trattato con toni alquanto coloriti sia durante le discussioni da bar che da alcuni esponenti della politica, un argomento di cui ognuno ha qualcosa da dire.
Non ci interessa entrare nell’oggetto della contestazione perché il cibo ha sicuramente anche risvolti psicologici che vanno oltre la pasta e il riso e il mal di pancia può essere un campanello di allarme per varie questioni. Dall’altra parte, sempre da un punto di vista psicologico, contestare il cibo che “viene offerto” in Italia, in terra reggiana suscita malumori a volte ingestibili, soprattutto se ci si ferma qui, soprattutto se non si conosce il contesto.
Una cosa è certa si parla di “loro”, si parla di “noi”, si parla dell’accoglienza, o meglio si mette in discussione l’accoglienza.
Ad inizio settembre, dopo le polemiche uscite sui “profughi” a Festa Reggio, abbiamo scritto un nostro intervento che terminava con questa proposta : pensiamo sia giunto il momento di avere coraggio ed aprire un dibattito cittadino vero in cui discutere delle politiche in tema di immigrazione in generale e di accoglienza in particolare, senza paure dei conflitti, che metta in campo e a confronto tutti gli attori del territorio, compreso chi dal basso quotidianamente agisce l’accoglienza e lotta perché in questa città possa esserci spazio per tutte e tutti, anche quando i progetti istituzionali giungono al termine. Questo dibattito, che oggi rilanciamo, non c’è stato. Crediamo sia fondamentale aprire, in città, la questione a livello pubblico di chi gestisce l’accoglienza e la cittadinanza, così come le parti sociali coinvolte perché solo in questo modo si crea conoscenza e consapevolezza e soprattutto si possono mettere in rete esperienze e proposte. Il silenzio non paga e lascia spazio a razzismi e a chi, come la Lega Nord, fomenta la guerra fra poveri, come se l’italiano non arriva più a fine mese, viene sfrattato e non trova lavoro per colpa del profugo, come se fosse reale che se il profugo tornasse al suo paese l’italiano allora trova un lavoro dignitoso, una casa e una pensione che gli permette di vivere in tranquillità. Chi ci deruba quotidianamente non è certo il profugo ma sono le politiche di austerità che incombono sulle vite di tutte e tutti noi, profugo compreso.
Iniziamo a fare un po’ di ordine e ad aprire una discussione che vogliamo condividere ad iniziare da una piazza antirazzista il 14 maggio quando la Lega Nord ha lanciato un mobilitazione a Reggio contro l’accoglienza. All’ignoranza vogliamo contrapporre la conoscenza, all’arroganza la capacità di costruire ponti e relazioni, alla guerra fra poveri la costruzione di un mondo di pari dove ci sia spazio per tutte e tutti.
Sappiamo che la discussione è articolata e parte da un quadro internazionale, europeo, nazionale e poi reggiano. Affrontiamo in questo breve scritto la questione schematicamente e a punti, ma con l’obbiettivo di un confronto e un approfondimento fra tante e tanti.
Le persone di cui si parla, “i profughi”, provengono da contesti internazionali e paesi diversi. C’è chi fugge dalla guerra (ricordiamo inoltre come nell’ultimo anno è triplicata la vendita di armi italiane all’estero e sono aumentate le forniture verso Paesi in guerra- fonte Nigrizia) , chi da un contesto di povertà, chi è alla ricerca di un futuro migliore. Ribadiamo un concetto banale: non c’è niente di più casuale del luogo in cui si nasce e il luogo in cui si nasce e il passaporto che si avrà in tasca permetterà o meno di spostarsi e di scegliere il luogo in cui vivere.
Come si arriva in Europa? Lo abbiamo detto più volte, non esistono canali di accesso regolari, l’unico modo è quello dei viaggi clandestini, dove si affida la propria vita a trafficanti di esseri umani (i morti di frontiera sono numeri che rasentano un bollettino di guerra) e costosi, dove molte volte si intraprendono debiti che poi una volta arrivati in Europa, chi sopravvive, deve saldare, affidando spesso la propria vita in mano alla tratta o allo sfruttamento direttamente nel paese di arrivo. L’UE intanto ha chiuso la rotta balcanica affidando il lavoro sporco dei respingimenti illegittimi alla Turchia di Erdogan, un paese che nei fatti viola ogni giorno i diritti umani . Nella stessa direzione dell’accordo UE- Turchia si inserisce la proposta Di Matteo Renzi del Migration Compact ,una riproposizione in chiave africana (e in particolare libica), dell’intesa raggiunta tra Bruxelles e Ankara.
Sempre, per chi sopravvive ed arriva in Europa, il primo paese di approdo (o meglio il primo paese in cui la persona è identificata) sarà il paese che esaminerà la richiesta di asilo, deciderà quindi se rilasciare o meno un permesso di soggiorno e se sì quale tipologia di protezione. In Italia esiste l’asilo politico, la protezione sussidiaria e la protezione umanitaria. In base alla tipologia del permesso di soggiorno rilasciato si avranno determinati diritti. Cosa certa è che queste tipologie di permesso di soggiorno permettono di viaggiare in Europa per tre mesi come turisti ma di non stabilirsi in altri paesi europei e di non poter lavorare (almeno in regola…).
Ed ecco l’Europa che erige muri interni e controlli alle frontiere mettendo in seria discussione la libera circolazione all’interno dell’Unione Europea , principio cardine della costituzione dell’UE.
E chi arriva in Italia, dovrà stare in Italia, anche se in altri paesi europei ha amici o reti famigliari che potrebbero agevolare un inserimento nel territorio, o semplicemente perché il tasso occupazionale è più alto e quindi le prospettive di un lavoro sarebbero molto più favorevoli rispetto al nostro paese. Che cosa succede quindi a chi riesce ad arrivare vivo in Italia? Come funziona l’accoglienza? Esiste un progetto nazionale , con declinazioni in vari territori denominato SPRAR, un sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati con una possibilità di capienza di circa 20mila posti.
Nel 2015 sono arrivate in Italia circa 150mila persone e si è creato un circuito di accoglienza “parallelo” denominato CAS (centro di accoglienza straordinario) dove gli standard di accoglienza non sono di certo ad oggi quelli del progetto SPRAR. Per rendere l’idea a livello locale lo SPRAR conta una 50ina di posti mentre le persone accolte all’interno del progetto CAS sono circa 700.
Le persone arrivano in Italia e passano attraverso una prima accoglienza (sistema delle identificazioni e dei centri di smistamento, che meriterebbe un’attenta ed approfondita analisi ) ed infine arrivano nel CAS che comunemente viene definito progetto Mare Nostrum, che è parte dello stesso progetto governativo dipendente dal Ministero degli Interni e nei territori gestito dalla Prefettura che affida tramite bando.
A Reggio Emilia il bando è stato vinto dal raggruppamento temporaneo di Impresa di cui la Dimora di Abramo è capofila. I migranti accolti all’interno di questi progetti richiedono tutti la protezione internazionale, per cui per loro inizierà l’iter di attesa della commissione che valuterà la loro domanda di asilo. I tempi sono spesso lunghi e non è scontato che la domanda vada a buon fine e si scontrano con l’iter burocratico della richiesta di asilo e di tutto quello che ciò comporta. A volte si rimane per lungo tempo con un permesso scaduto perché i tempi per il rinnovo sono spesso lunghi. Questo comporta che non è possibile procedere per esempio ad un’iscrizione anagrafica e ad un tirocinio lavorativo. Una burocrazia che molte volte rallenta dei possibili percorsi di inserimento, anche lavorativi.
Il primo step dell’accoglienza a Reggio prevede che le persone siano ospitate in alberghi (sia cittadini che in provincia) , e in questo primo momento il pasto viene consumato in mensa. In un secondo momento le persone vengono trasferite in appartamenti, gli enti che gestiscono l’accoglienza li affittano sul libero mercato, sia a Reggio Emilia che in provincia. Anche su questo sarebbe interessante aprire una discussione vera: quali difficoltà si incontrano nei diversi comuni, sia con le amministrazioni sia con gli uffici preposti , sia con il territorio in senso generale e quali le collaborazioni.
Quanto dura il percorso di accoglienza? Il percorso di accoglienza dura fino a quando la persona ha ottenuto il permesso di soggiorno o in caso di diniego fino al primo grado dell’appello. Quanti sono i dinieghi? In Emilia Romagna la maggior parte delle persone ottiene un permesso di soggiorno che è la protezione umanitaria, mentre la media in Italia è di circa la metà di dinieghi che poi la maggior parte viene vinto tramite ricorso.
Come viene gestito il progetto di accoglienza, come vengono investiti i soldi ?(che ribadiamo non provengono dai Comuni)Su questo pensiamo sia importante un intervento degli enti che gestiscono l’accoglienza per rendere noto e conto alla cittadinanza i percorsi e gli investimenti (questi ultimi hanno anche ricadute sull’economia locale, pensiamo solo agli affitti delle case sul libero mercato, agli alberghi, alle mense…) in modo da poter mettere in rete esperienze, condividere percorsi, idee e proposte e cambiamenti.
Cosa succede una volta che queste persone vengono dimesse dal progetto di accoglienza? Le persone escono e altre entrano. Molte delle persone che escono dai percorsi di accoglienza le incontriamo perché si rivolgono alla nostra associazione così come ad altre del territorio. Alcune vanno a lavorare nelle campagne del sud o nei campi di Saluzzo, in nero per una ventina di euro al giorno. Altri provano ad andare in altri paesi Europei, anche qui per lavorare, in nero, con il loro permesso non si può lavorare in regola.
Alcune di queste persone a Reggio Emilia, rimaste senza casa, hanno occupato degli stabili abbondanti in città, alla luce del sole, rivendicando il diritto all’abitare ed ad un vita degna. Noi li sosteniamo ed insieme stiamo sperimentando forme di sostentamento creando competenze e rafforzando reti solidali.
E’ sicuramente semplice cambiare un menu ma non lo è cambiare un sistema, noi pensiamo però che sia possibile a partire dalla nostra città. incontriamoci, discutiamo e non lasciamo spazio al razzismo. la prima occasione per farlo è sabato 14 maggio !

Ass. Città Migrante

Appello alla città per salvare via Gramsci 44

L’associazione Città Migrante sostiene da sempre l’occupazione di via Gramsci che rivendica il diritto all’abitare. In particolare l’occupazione ha coinvolto alcuni migranti che si sono ritrovati senza casa una volta fuoriusciti dai progetti di accoglienza. In questi quasi due anni di occupazione tante e tanti hanno portato solidarietà attiva e nello stabile si sono costruite relazioni, scambi e forme di mutualismo e sperimentazioni di laboratori sociali. E’ nata all’interno dello stabile la Ciclofficina Raggi resistenti che ha permesso lo scambio e lo sviluppo di competenze specifiche. Per questo crediamo che questa esperienza sia una vertenza sociale cittadina, che riguarda tutte e tutti noi.
Chiediamo che l’amministrazione comunale sia parte in causa e che tuteli l’esperienza sviluppata in questi anni, così come sottolineato nella mozione presentata da Sel e approvata durante il consiglio comunale di lunedì 8 febbraio.
Vi aspettiamo!
Ass. Città Migrante
 
VENERDI’ 12 FEBBRAIO ore 20.00 
presso Ciclofficina Raggi Resistenti – via Gramsci 44

Un’iniziativa a sostegno degli abitanti di Via Gramsci 44, in pericolo di sgombero, con la proiezione di “Signs”, il film documentario sulla condizione dei senzatetto a Reggio Emilia nell’area delle Ex Reggiane, seguita da un incontro-dibattito con il regista Alberto Lugli.

Durante la serata ci confronteremo anche sulle prospettive dell’Ex magazzino formaggi occupato, e come difendere insieme un esperienza di mutualismo e cooperazione dal basso.

Ciclofficina Raggi Resistenti offre un piccolo buffet. 

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SABATO 13 FEBBRAIO 2016 – REGGIO EMILIA

Manifestazione per il diritto alla casa e un’accoglienza degna, contro lo sgombero e per la difesa dell’esperienza di mutualismo, accoglienza e solidarietà di Via Gramsci 44.

★ Alle 14.30 MANIFESTAZIONE IN BICICLETTA con partenza dall’ex magazzino formaggi occupato fino al concentramento del corteo.

★ Alle 15.00 CORTEO PER LE VIE DEL CENTRO, con concentramento alla Gabella di Via Roma (Porta S. Croce).

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APPELLO ALLA CITTA’ PER SALVARE VIA GRAMSCI 44 

MENO MERCATO E PIU’ SOLIDARIETA’

Venerdì scorso all’ex magazzino dei formaggi, in Via Gramsci 44, il responsabile dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, don Evandro Gherardi, si è presentato ai migranti che lì dimorano con un folto gruppo di operatori della polizia municipale e di tecnici comunali al seguito. Si è trattato di una vera e propria irruzione, con sopralluogo richiesto dalla Curia reggiana in veste di proprietaria dell’immobile dismesso,finalizzata con ogni probabilità allo sgombero dell’edificio, fortunatamente evitato per l’arrivo di rappresentanti di associazioni e cittadini solidali.

L’ex magazzino dei formaggi è stato occupato nel maggio del 2014 da migranti, molti dei quali fuggiti dalla guerra libica, che si sono ritrovati all’improvviso, dopo la conclusione dei progetti di accoglienza, senza alloggio, privi di lavoro e di qualsiasi forma di sostegno economico e hanno deciso di battersi per il diritto fondamentale alla casa e per la loro dignità. Lo stabile di via Gramsci è diventato dunque, grazie alla solidarietà e al lavoro materiale di tante e tante che lo hanno reso agibile e attrezzato,una dignitosa dimora per i migranti, sottratti all’emarginazione e all’esclusione sociale incombente. 

La creazione di una ciclofficina per il recupero delle bici rotte e usate, “Raggi Resistenti”, all’interno dell’ex magazzino occupato, ha permesso di raccogliere contributi per sostenere le spese di gestione delle case occupate, nello spirito del mutualismo e dell’economia solidale e di prossimità, vicina alle persone e non piegata alle brutali regole del mercato, e di sviluppare saperi tecnici e cultura sociale per promuovere la mobilità sostenibile in città.

Ma l’edificio di via Gramsci è diventato nel tempo anche il simbolo di uno spazio restituito alla città, contribuendo a sviluppare consapevolezza sulla grave situazione di consumo di suolo che riguarda vaste aree urbane ed extraurbane e mostrando la possibilità concreta di un processo di rigenerazione urbana socialmente virtuoso ed economicamente sostenibile.

Uno spazio che ha rappresentato, per comitati, associazioni, laboratori sociali, operatori dell’economia solidale e del riuso, famiglie, gruppi di mutuo aiuto e singoli cittadini, un luogo di socialità e costruzione del “comune” nel cuore di una città che si è vista sottrarre, nel tempo, tutte le possibilità di aggregazione e partecipazione.

Nell’edificio di via Gramsci hanno preso vita, giorno dopo giorno, eventi e iniziative di controcultura, mutualismo ed economia solidale, da “Expo alla rovescia”, ad “ABiCi per il diritto alla città”, a “Tante strade nessuna scorciatoia”, al “Mercato del riuso, dell’artigianato e delle associazioni”, a molti altri eventi sui temi cruciali della vita della città e del territorio.

Vogliamo che questo spazio sia salvaguardato per l’alta funzione sociale e culturale che svolge, che non diventi di nuovo occasione di business e sia sottratto a qualsiasi intento speculativo. Chiediamo che la città si mobiliti per difendere un luogo fisico e simbolico che rappresenta un patrimonio per l’intera collettività. La speculazione immobiliare e la logica mercantilistica non possono avere il sopravvento sulla vita delle persone, sulla possibilità stessa di avere un’esistenza dignitosa per chi, a causa di un sistema predatorio e disumanizzante, è privato dei diritti umani fondamentali.

La città solidale ha già cominciato a mobilitarsi!

 
Arsave – Laboratorio per la città che vogliamo

 
Per adesioni e commenti scrivere a: laboratorio.arsave@gmail.com

Stay Human – in piazza contro Isis, terrorismo e guerre

Sabato 14 novembre 2015 ore 18.30 Piazza Prampolini (RE)

14 novembre

Dopo i luttuosi attentati di ieri sera avvenuti in differenti luoghi di Parigi costati la vita a più di 120 persone sentiamo la necessità di scendere in piazza per dimostare la nostra ostilità a tutte le complesse politiche che hanno creato questo contesto di guerra aperta. Vogliamo pace e non vogliamo la guerra ma non vogliamo neanche che la nostra indignazione si confonda nel marasma qualunquista di oggi. Proprio in questi momenti forze politiche nazionaliste e fasciste si stanno mobilitando per chiedere la totale chiusura delle frontiere a profughi e migranti e l’apartheid di tutte le nostre sorelle e fratelli di religione musulmana, ovvero le vittime indirette di questi attentati. La nostra pace deve qualificarsi e individuare chi e come finanzia e supporta il terrorismo dell’ Isis, chi promuove politiche neocoloniali e lucra nel mercato degli armamenti. La nostra pace mette sullo stesso piano le vittime innocenti di Parigi, di Ankara della Siria e di tutti quei luoghi che compongono la mappa dei conflitti armati.
La nostra è una pace di parte, dalla parte degli esclusi, delle vittime e di tutti quei militanti politici kurdi che tutti i giorni combattono l’Isis in Siria, Iraq e Turchia per costruire un nuovo modo di stare insieme democraticamente.

Laboratorio Aq16, Casa Bettola, associazione Città Migrante, studenti autorganizzati