Cercasi insegnanti volontarie/i per la scuola di italiano

Cerchiamo insegnanti volontarie/i per la scuola di italiano di Città Migrante, #reggioemilia, per il corso del martedì o del giovedì sera dalle 19 alle 21.

La scuola di Città Migrante si trova presso la nostra sede , in Via C. manicardi, 1 Reggio Emilia.

Abbiamo tante richieste e vogliamo aumentare le possibilità di accogliere.

Se credi anche tu in un’accoglienza vera, se pensi anche tu che sia giusto battersi per i diritti di tutti e tutte, soprattutto dei più deboli, se ritieni anche tu che la conoscenza della lingua italiana possa diventare uno strumento di libertà ed emancipazione, contattaci!!!
Chiediamo un po’ di impegno e regaliamo molto entusiasmo!

👉 Scrivi a cittamigrante@gmail.com

DONA IL TUO 5×1000 ALL’ASSOCIAZIONE CITTÀ MIGRANTE

Scrivi C.F. 91140040352

Il nostro agire quotidiano ha bisogno anche del tuo sostegno!

La nostra associazione continua a dare sostegno agli invisibili, ai dimenticati e agli emarginati: con loro e per loro abbiamo lavorato in questo ultimo e difficile anno costruendo reti e legami fondamentali per affrontare le sfide del quotidiano.

Operiamo nel nostro territorio affinchè ci sia spazio per tutte e tutti, collaborando con le persone e le realtà che lo abitano e lo vivono , costruiamo ponti a livello locale ma anche globale.
Lo facciamo con aiuti concreti a chi è in difficoltà economica e senza dimora, attraverso iniziative e dibattiti per tenere alta l’attenzione su temi importanti e contingenti, con distribuzione di materiale informativo e propaganda social per stimolare le istituzioni cittadine a farsi carico delle problematiche di tutte e tutti, senza distinzioni.
Lo facciamo attraverso lo Sportello Solidale e lo Sportello Migranti, per non lasciare nessuno nel limbo, aiutando nell’espletamento di pratiche burocratiche per la richiesta di documenti, per la compilazione di un curriculum, per l’iscrizione al centro impiego, per la compilazione di moduli e per l’accesso ai servizi sanitari affinchè sia garantito a tutte e tutti il diritto alla salute.
Lo facciamo con la Scuola di italiano, perché la conoscenza della lingua è punto di partenza per una partecipazione attiva alla società e sosteniamo corsi di formazione.

La condivisione è la nostra essenza e per questo proponiamo momenti culturali e artistici , spettacoli, laboratori, mostre e Cucine Senza Frontiere, convivialità e conoscenza dell’altro anche attraverso il cibo.
L’apporto di tutte e tutti è la radice da cui nasce la nostra attività:
il tuo sostegno è più che mai fondamentale!

L’associazione Città Migrante nasce a Reggio Emilia nel 2007 con l’intento di costruire, insieme a tante e tanti, una città includente e solidale, una città (e uno stato) in cui i diritti siano per tutte e tutti; e lo fa promuovendo e agendo la cultura dell’accoglienza. Tutto questo all’interno della sede dell’associazione, la Stazione di Santa Croce (via C. Manicardi, 1 Reggio Emilia), spazio di cui Città Migrante si prende cura con lavori di manutenzione e pulizia. La Stazione di Santa Croce è anche un luogo di accoglienza per chi è di passaggio e per chi decide di fermarsi più a lungo.
Nel 2021 grazie al contributo di vari artisti i muri e il sottopasso della Stazione di Santa Croce si sono riempiti di colore descrivendo il viaggio con diversi linguaggi.
In questo contesto si inserisce anche l’attività della Ciclofficina Raggi Resistenti che unisce lavoro e apprendimento di un mestiere attraverso recupero e rigenerazione di biciclette, con laboratori di formazione, per promuovere una cultura della mobilità sostenibile.
Nessuno dev’essere lasciato solo, nessuno deve più morire, nessuno deve più lottare per godere di un diritto fondamentale: una vita dignitosa.

𝟮𝟱 𝗔𝗣𝗥𝗜𝗟𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟮, 𝗔 𝗧𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗔𝗟𝗧𝗔 – Manifestazione cittadina

𝘾𝙤𝙣𝙘𝙚𝙣𝙩𝙧𝙖𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙝.10:30 𝙘.𝙨𝙤 𝙂𝙖𝙧𝙞𝙗𝙖𝙡𝙙𝙞 (𝙖𝙡𝙩𝙚𝙯𝙯𝙖 𝙗𝙖𝙨𝙞𝙡𝙞𝙘𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙂𝙝𝙞𝙖𝙧𝙖) #ReggioEmilia

Come ogni anno vogliamo scendere in piazza il 25 Aprile, e come ormai consuetudine lo vogliamo fare all’interno delle celebrazioni ufficiali della e nella nostra città.
Ogni 25 Aprile scendiamo in piazza per celebrare la resistenza partigiana, la sconfitta del nazifascismo e la liberazione dell’Italia, occupata dai nazisti in collaborazione con i fascisti, nonché la fine della seconda guerra mondiale nei nostri territori.

Ogni anno questa data assume caratteristiche e rivendicazioni differenti perché, per noi, non è e non può essere mero ricordo o celebrazione asfittica, tanto più in questo periodo storico in cui nel nostro paese l’egemonia politica e culturale della destra tenta in ogni modo di sminuire se non cancellare il portato storico e valoriale nato dalla resistenza e da quanti hanno combattuto in essa. Questo 25 Aprile ovviamente c’è molto di più, la guerra è tornata in Europa con il suo carico di morte, distruzione e nuove povertà per molti, ma anche di grandi affari per pochi.

Nel nostro paese rullano forti i tamburi di guerra, quasi l’intero arco parlamentare, le istituzioni, i grandi media, i loro editorialisti e l’industria degli armamenti lavorano a pieno ritmo sulla necessità di sentirsi come parte in guerra, mentre la maggioranza degli italiani la pensa in maniera diametralmente opposta. Noi siamo all’interno di questa maggioranza. Una maggioranza che viene sistematicamente attaccata e denigrata ogni giorno ma che nonostante sia sottoposta ad un martellamento costante da più di un mese continua a mantenere salda la propria idea, senza timori e a testa alta. Per questo invitiamo tutti e tutte a scendere in piazza per dare una risposta collettiva a chi ci vorrebbe proni e intimoriti dalla propaganda in atto nel nostro paese, portando anche la nostra solidarietà e complicità con l’ANPI vergognosamente attaccata in questi giorni per le proprie posizioni.

Non sceglieremo se stare dalla parte del governo imperialista e aggressore Russo o dalla parte del governo corrotto e nazionalista Ucraino(due facce della stessa medaglia), ma staremo come sempre con le popolazioni colpite dalla guerra con quanti soffrono e muoiono sotto le bombe in Ucraina, con quanti vengono incarcerati in Russia o con quanti vengono denigrati perchè assumono posizioni critiche e pacifiste.

Nonostante questa guerra vede contrapporsi uno stato invasore e uno stato occupato essa è comprensibile solo come ulteriore degenerazione della crisi del capitalismo globale, che ha già mostrato il suo volto di morte in molti modi. E’ questo sistema globale fondato sullo sfruttamento e sulla supremazia che produce le condizioni della guerra e non ci faremo trascinare da una parte o dall’altra lasciandoci ingannare dalla propaganda di chi ci vuole fare credere che solo riempiendo il mondo di armamenti si possa arrivare ad un sistema di Pace globale lungo e duraturo.

Scendiamo in piazza per dichiarare con forza la nostra avversione all’aggressione militare della governance russa al territorio e alla popolazione ucraina. Scendiamo in piazza per dichiarare la nostra avversità alla governance italiana ed europea che decidono di destinare decine e decine di miliardi alle spese militari, miliardi che invece dovrebbero servire, almeno come priorità, per migliorare i sistemi pubblici scolastici, sanitari e dei trasporti, per la lotta al dissesto idrogeologico dei territori e al riscaldamento globale, per la conversione ecologica del modello di sviluppo e per un reale piano di contrasto e prevenzione alle morti sul lavoro.

Le guerre le decidono i governi e i loro apparati, i militari che le combattono e i civili che le subiscono non hanno scelta, noi che una scelta l’abbiamo, possiamo e dobbiamo scegliere di lottare contro quel sistema che la produce e la legittima e questo 25 Aprile abbiamo la possibilità di farlo, in tanti e tante.

𝐿𝑎𝑏𝑜𝑟𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖𝑜 𝐴𝑄16 – 𝐶𝑎𝑠𝑎 𝐵𝑒𝑡𝑡𝑜𝑙𝑎 – 𝐴𝑠𝑠. 𝐶𝑖𝑡𝑡𝑎̀ 𝑀𝑖𝑔𝑟𝑎𝑛𝑡𝑒

LA GUERRA È CONTRO DI NOI

📌 Venerdì 18 marzo, ore 18:00, Piazza Prampolini

Gli effetti della guerra in Ucraina, dove superpotenze mondiali si contendono il predominio capitalista globale, uccide e schiaccia le lavoratrici e i lavoratori di tutti i paesi riducendoli alla povertà e alla disoccupazione.

Chiediamo:

🔴 Fine della guerra in Ucraina e ripresa di negoziati diplomatici. Sospensione dell’invio di armi all’Ucraina e uscita dell”Italia dalla Nato.

🔴 Sottrazione dei prezzi di energia, carburanti, cereali e beni di prima necessità dalla speculazione di borsa attraverso una politica comune europea di calmierazione dei listini.

🔴 Vogliamo uno stop immediato ai licenziamenti.

🔴 Garantire il diritto alla casa per tutte e tutti attraverso radicali politiche di requisizione del patrimonio immobiliare privato non utilizzato.

🔴 Riduzione drastica delle spese militari italiane e investimento in sanità, welfare e in misure ecosostenibili per l’indipendenza del paese dai combustibili fossili

🔴 Apertura di corridoi umanitari e programmi di accoglienza per tutte le persone che fuggono dalle guerre

🔴 Fine dello stato di emergenza e ripresa di una piena agibilità democratica nella società e sui posti di lavoro.
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⚠️ Segui tutti gli aggiornamenti sul canale Telegram “Assemblea No Guerra No Carovita Reggio Emilia”: https://t.me/AssembleaNoGuerraNoCarovita

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Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto

Nel rumore di fondo delle elezioni presidenziali, la voce di studentesse e studenti, lavoratrici e lavoratori, donne e uomini, ha riportato l’attenzione sui temi lasciati nell’ombra del teatro politico: welfare, sanità e scuola pubblica, salario, reddito e diritti, giustizia climatica e ambientale, autodeterminazione e democrazia sostanziale.
Era importante ritornare in piazza, tutte e tutti insieme, in un corteo per le vie della città per gridare il nostro dissenso verso una gestione del presente che ci rende più poveri e precari. Una mobilitazione nata da un percorso fatto di assemblee pubbliche molto partecipate e ricche di interventi. 400 persone unite che si mobilitano contro il governo Draghi le politiche neoliberiste e Confindustria sono a nostro avviso un dato importante per la nostra città.

Un dato che segna un abissale differenza tra chi, come noi, la politica la intende come un quotidiano gesto collettivo e solidale volto a costruire proposta politica per una società nuova e una classe dirigente e politica attenta solo al profitto di pochi e palesemente inetta ad esercitare la minima funzione di rappresentanza dei bisogni popolari. La vicenda della rielezione di Mattarella al Quirinale parla da se, un fallimento totale di una politica chiusa in se stessa.
Rimane da capire come costruire convergenza in una fase storica complicata come quella di oggi.

Il corteo di ieri ci consegna un dato di non semplice lettura ma indubbiamente positivo, abbiamo rotto l’isolamento, riattivato soggettività e unito organizzazioni della sinistra cittadina, valorizzato la voce di studentesse e studenti troppo spesso rimasta inascoltata e recentenente violentemente messa a tacere. Emerge però, ben visibile anche in corteo, l’interpretazione differente di un contesto pandemico gestito dal capitale che crea polarizzazioni insanabili ad uso e consumo del “divide et impera”.
La vicenda del green pass, che per qualcuno è il meccanismo principe da cui tutto nasce, per noi solo uno dei tanti effetti con cui il neoliberismo governa, diventa punto non di convergenza delle lotte ma al contrario un freno. Abbiamo scritto tanto su questo, è tutto in rete, e per questo non vogliamo perdere troppo tempo su come noi intendiamo sanità pubblica e come una estesa campagna vaccinale svincolata da brevetti e profitti sia per noi importante.

Adesso, con il dato del corteo di ieri, bisogna scegliere con chi costruire quell’idea che chiamiamo convergenza.

Adelante

📢 Manifestazione cittadina Sabato 29 gennaio📢

Concentramento ore 16.30, Porta San Pietro #ReggioEmilia

QUANDO TUTTO SARÀ PRIVATO SAREMO PRIVATI DI TUTTO!

Sono decenni che vediamo i nostri diritti, il welfare, i beni comuni, sacrificati sull’altare dell’emergenza di turno, addotta come pretesto per tagliare sulla scuola, la sanità, il lavoro, i servizi e allo stesso tempo per regalare miliardi alla finanza, alle multinazionali o ai colossi militari-industriali.
Sono decenni che paghiamo le crisi e le emergenze di volta in volta create da questo sistema, ed ogni volta ci raccontano la favola che non c’è scampo: la salvezza sta nelle bombe sull’Iraq, nel chiudere le frontiere, nel dare i soldi alle banche, nel green washing dell’industria energetica, nell’investire sui colossi farmaceutici e nelle black farm dei dati digitali, mentre la sanità territoriale viene tagliata, mentre i posti letto negli ospedali si sono ridotti di oltre il 70% negli ultimi 30 anni, e mentre la sanità privata fa affari d’oro grazie alla messa in sofferenza di quella pubblica.

A due anni dall’inizio della pandemia è ormai evidente che questa sia l’ennesima crisi che dobbiamo pagare noi.
Stiamo pagando con le nostre tasche e con le nostre vite in quanto lavoratrici e lavoratori con salari tra i più bassi d’ Europa, delocalizzati e messi alla porta con messaggi whatsapp, sempre al secondo posto rispetto agli interessi d’impresa, mentre le nostre vite e la nostra riproduzione sociale vengono sacrificate sull’altare del profitto capitalista.

Stiamo pagando in quanto studentesse e studenti, personale scolastico e educativo, perché le scuole e i servizi educativi in questi ultimi due anni sono stati l’elemento sacrificabile per consentire il proseguimento sfrenato della produzione. Scuole, università, trasporti, settori che si trovano vittime di tagli e investimenti carenti facendoci pagare l’amara conseguenza di una inadeguatezza strutturale, senza personale sufficiente e spesso poco formato, con educatrici e educatori costretti a dimettersi per via degli stipendi inadeguati, sottoposti a meccanismi di controllo e sorveglianza già adottati e sperimentati a livello industriale, con strutture fatiscenti, che vengono chiuse una dopo l’altra e mai più riqualificate.

Stiamo pagando perché gli ingenti tagli della sanità pubblica a favore del privato la rendono insufficiente a soddisfare i bisogni delle cittadine e dei cittadini. Carenze che, con la pandemia, oggi sono sempre più sotto gli occhi di tutti e tutte: precarietà, pochi posti letto, liste bloccate per prestazioni specialistiche, servizi burocratici e di prenotazione inutilizzabili, tutela e cura delle malattie gravi carente, ospedalizzazione spinta, medicina territoriale in dismissione.

Stiamo pagando con lo smantellamento del sistema pensionistico e dei servizi di cura alla persona. Un lento ma costante declino di un welfare pubblico a tutto vantaggio delle assicurazioni e servizi assistenziali privati.

Stiamo pagando in quanto donne su cui i costi della crisi sono stati scaricati in modo asimmetrico, con un aumento delle diverse forme di violenza di genere intrecciate tra loro: violenza fisica e psicologica ma anche economica e sociale, che si manifestano nella sfera lavorativa, pubblica e familiare. Donne su cui ricade il peso del patriarcato, di cui il modello sociale capitalista storicamente si serve per riprodurre il proprio sistema iniquo.

Stiamo pagando perché i nostri soldi finiscono per finanziare i disastri climatici. A vantaggio delle grandi corporation dell’energia che dopo aver creato guasti planetari oggi impongono soluzioni “green” inutili, comode solo per estrarre ancora più valore dalla natura e dai territori. Una conversione ecologica che non risponde ai nostri bisogni, ma ai bisogni dei potenti, che mettono a rischio le nostre vite, devastando i nostri territori e il pianeta. Stiamo pagando per scelte politiche che cercano di mantenere viva una normalità insostenibile, eludendo l’ineccepibile constatazione che vede antagoniste tra loro l’estrazione capitalista e la salvaguardia degli ecosistemi.

Dal 2001 con la guerra infinita, passando per il 2008 e il 2011, la crisi finanziaria e “l’emergenza migranti”, paghiamo il costo di “crisi” sistemiche che rimodulano la spesa pubblica, limitano diritti, creano capri espiatori, rafforzando un sistema neoliberista che fagocita, sfrutta e devasta tutto quello che incontra sul suo cammino. Sicché mentre l’UE, il caposaldo del neoliberismo in Europa e quindi tra i reali responsabili della miseria del presente, da una parte elargisce briciole in prestiti con l’aggravio delle condizionali modello Troika che da noi si esprimono nel PNRR (miliardi che il governo regalerà al privato a discapito del pubblico), dall’altra è impegnata in un riarmo senza precedenti condito da un’aggressività militarista tipica dei modelli politici della destra reazionaria. Nel nostro paese negli ultimi due anni, quelli della pandemia, le spese militari hanno continuato ad aumentare in maniera esponenziale(26 miliardi per il 2022 di cui 8,3 miliardi per nuovi armamenti) sottraendo miliardi a ciò che invece sarebbe utile come i servizi primari che sono la cartina tornasole del benessere di una società.

Non siamo più disposte e disposti a pagare per tutto questo: serve prendere posizione e costruire opposizione sociale contro un governo e un sistema che incarna l’immagine del neoliberismo, farlo come soggettività che cercano convergenza verso un fine comune: la costruzione di un nuovo modello di società che metta al centro il benessere di tutti e tutte. Mettiamo in gioco le nostre capacità di scendere in piazza, di organizzarci, creare conflitto sociale, riflettere e sciogliere i nodi alla loro radice.
Convochiamo questa piazza perché stanchi e stanche di un comando che mette sempre l’interesse privato davanti al pubblico, stanchi e stanche di assumere singolarmente il peso delle scelte e delle loro responsabilità di governo.

Non siamo più disposte e disposti a pagare ulteriormente i costi di una crisi che il governo Draghi non sta facendo altro che accelerare e rendere più pressante, sia nella gestione quotidiana, sia in quella pandemica. I due piani si sono fusi insieme perché per il governo lo stato di emergenza è “nuova condizione normale” per l’esercizio del potere da parte dell’élite finanziaria e confindustriale.
Abbiamo deciso di far convergere le nostre diverse capacità, i nostri percorsi, i nostri obiettivi, come contributo verso un fine comune, che è quello di una società ed una politica differente, lasciandoci finalmente alle spalle quest’epoca fatta di paura, ricatto, debito e povertà.

Opponiamoci alle scelte politiche di un sistema schierato dalla parte di Confindustria, della finanza, dei colossi big-tech e di quel ceto politico che fintamente si scanna davanti alle telecamere per eleggere un presidente della repubblica italiana che comunque vada non potrà più rappresentare i valori democratici conquistati a caro prezzo in epoche costituenti passate ne avere a cuore le sorti delle classi popolari di questo paese.

Assemblea pubblica per una mobilitazione cittadina #ReggioEmilia

“Gli oppressi lottano con la lingua per riprendere possesso di sé stessi, per riconoscersi, per riunirsi, per ricominciare.” bell hooks

Negli ultimi due anni la lettura dei dati sull’andamento della pandemia è diventata parte della nostra vita quotidiana. Ci siamo abituati a bollettini e aggiornamenti giornalieri, con dati drammatici e numeri difficili da afferrare. Quando i tempi della pandemia si sono dilatati la nostra attenzione è diminuita, arrivando a un punto di saturazione in cui i dati sono diventati sempre più numeri ascoltati in modo distratto come le previsioni meteorologiche di una località remota.

Nella crisi che stiamo attraversando sono emersi anche altri dati drammatici. Dati che segnano una tendenza di impoverimento e precarizzazione, di erosione di diritti e democrazia, di aumento delle diseguaglianze sociali e dei dissesti ambientali, accentuando problemi preesistenti di natura strutturale e sistemica. Nonostante questi dati siano allarmanti tendono ad essere letti con la stessa assuefazione dei bollettini sanitari, normalizzando una situazione che non dovrebbe essere accettabile.
Nell’anno appena chiuso in Italia ci sono stati più di 1000 morti sui posti di lavoro. Mille vite spente mentre lavoravano in luoghi in cui la produttività e il profitto vengono considerati più importanti della sicurezza e della salute delle lavoratrici e dei lavoratori.

Nello stesso anno più di 100 donne sono state uccise da uomini. Oltre cento donne uccise, nella maggior parte all’interno delle relazioni familiari e affettive, in una società patriarcale che ha visto un aumento esponenziale delle forme di violenza di genere durante i primi anni di pandemia.

I dati sulla crisi climatica sono inequivocabili: a meno che non si riducono immediatamente le emissioni di gas serra non sarà possibile limitare il riscaldamento a 1,5°C e le conseguenze, non per le future generazioni ma qui e ora, sono catastrofi ambientali con ondate di calore, inondazioni e forti precipitazioni. Gli ultimi sette anni rappresentano il settennio più caldo mai registrato, con eventi estremi come i 38°C registrati quest’estate nella Siberia del nord, nello stesso periodo in cui ci sono stati fino a 150 millimetri di pioggia in regioni della Germania e del Belgio, causando la morte di oltre 200 persone.

Sono oltre 1500, secondo l’Oim, i migranti morti nel 2021 lungo la rotta del Mediterraneo centrale, cioè partiti dalla Libia nella speranza di raggiungere l’Italia e ancora ad oggi non esiste una normativa che permette, se non in rari casi, di arrivare nel nostro paese in maniera regolare e sicura. Ed è composta da oltre mezzo milione di persone quella popolazione “invisibile”, ai margini, costituita da persone senza tetto, con una dimora precaria o che vivono nei campi attrezzati e negli insediamenti spontanei secondo il Censimento Permanente della Popolazione e delle Abitazioni 2021 dell’Istat. Una popolazione ancora più fragile e a rischio in tempo di pandemia.

Questi sono soltanto alcuni di tanti dati preoccupanti. Possono sembrare lontani gli uni dagli altri ma osservando da vicino e con uno sguardo d’insieme possiamo vedere come sono interconnessi, con la radice nello stesso modello di sviluppo retto da sistemi di dominio che si rafforzano in modo reciproco. Sono temi intrecciati dalla razionalità capitalista che tende a ridurre tutto ad una risorsa da cui estrarre valore; risorse naturali e risorse umane, scartando ciò che non viene considerato redditizio. Sono intrecciati, soprattutto perché dietro a questi numeri ci sono le nostre vite e i nostri territori.
Vogliamo raccogliere questi dati sullo stesso foglio e agitarlo in aria per affermare che è ora di organizzarci insieme, trasformando la rassegnazione in rabbia.

Vogliamo prendere spunto dalle donne che si sono organizzate al grido “ni una mas”, per affermare che nessuna deve essere lasciata sola, e poi “non una di meno”, sottolineando la solidarietà e la complicità. Vogliamo prendere spunto dalle lavoratrici e dei lavoratori della logistica che di fronte ai magazzini scandiscono “toccano uno, toccano tutti”, dai i riders che ribadiscono “non per noi ma per tutte e tutti”, con la consapevolezza che per vincere abbiamo bisogno di lottare insieme. Vogliamo prendere spunto dai movimenti per la giustizia climatica che affermano che è tempo di “agire ora”, per sottolineare che non c’è più tempo per aspettare.
Le politiche neoliberiste degli ultimi decenni hanno perseguito l’idea che “la società non esiste” provocando una profonda frammentazione sociale, privatizzando i servizi pubblici e mercificando i beni comuni.
Durante la pandemia abbiamo tutte e tutti pagato un costo sociale molto alto per queste politiche, con terapie intensive insufficienti negli ospedali, carenza di personale e spazi nelle scuole e mancanza di servizi di prossimità nei quartieri, solo per nominare alcuni aspetti.
Negli ultimi due anni invece è diventato evidente quanto “la società esiste” e quanto si basa sulla nostra interdipendenza.

Una prima risposta per colmare la mancanza di servizi e per creare forme di cura collettiva sono state le moltitudini di iniziative di mutualismo e solidarietà attiva emerse o rafforzate nei territori. Forme di mutuo soccorso organizzate per evitare che il peso della crisi fosse scaricato sulle persone più esposte e vulnerabili.
Ora pensiamo sia importante portare la rinnovata consapevolezza della nostra interdipendenza in piazza per riscoprire la capacità collettiva di organizzarci. Come le lavoratrici e i lavoratori della GKN che di fronte al rischio si essere licenziati in massa non si sono solo mobilitati per difendere il proprio posto di lavoro e non si sono limitati a chiedere solidarietà, ma hanno ribaltato il discorso, rivolgendosi a tutte e tutti chiedendo: e voi come state? Noi rivolgiamo la stessa domanda al territorio di Reggio Emilia, con l’invito di incontrarci su un piano orizzontale per lottare insieme su un piano verticale.
Vogliamo raccogliere e valorizzare il dato emerso con lo sciopero generale del 16 dicembre: uno sciopero organizzato in controvento, riuscito grazie alla spinta dal basso, nonostante fosse stato avversato pressoché da tutti in un paesaggio politico appiattito. Una mobilitazione che ha presentato limiti, come i tempi stretti che non hanno consentito una partecipazione più estesa, ma che ha anche mostrato la potenzialità dello sciopero e la possibilità di mobilitarsi nella crisi oltre la retorica della responsabilità che tende ad essere usata per pacificare il conflitto sociale.
Vogliamo provare a organizzarci insieme perché necessitiamo di passare oltre le semplici alleanze nate per raggiungere scopi e obiettivi particolari e guardare verso le convergenze dove percorsi diversi si intersecano con un fine comune.
Pensiamo che la convergenza sociale e politica non sia una costruzione meccanica, un percorso semplice e lineare, ma piuttosto qualcosa di vivo e reticolare; in parte processi già attivi tra diverse esperienze e realtà, da rafforzare e rinvigorire.
Pensiamo che il modo migliore per convergere sia trovarsi insieme in piazza, dove ognuna e ognuno può mettere in comune le proprie vertenze e proposte, costituendo un programma politico vivo, scandito da tante voci.

Proponiamo di convergere tra diverse forme organizzative – associative, sindacali, politiche, civiche, mutualistiche, solidali, di movimento – per comporre insieme un puzzle, dove non è semplice trovare l’incastro tra i pezzi, ma cui significato e potenzialità si esprime solo nella complessità.
Invitiamo tutte e tutti a costruire una mobilitazione comune a Reggio Emilia, orientativamente sabato 29 gennaio. Nel periodo in cui l’attenzione sarà focalizzata sull’elezione del presidente della Repubblica vogliamo portare al centro della città e del dibattito pubblico e politico i nostri bisogni, desideri, proposte e progetti. Un nostro PNRR, in cui sostituiamo la resilienza con resistenza, perché non siamo più disposti ad essere gli ammortizzatori sociali dei ricchi, attutendo i colpi delle responsabilità scaricate dall’alto verso il basso, e la ripresa con riscatto, perché non vogliamo riprendere una vita che già prima non era sostenibile.

Per organizzare la manifestazione invitiamo tutte e tutti ad un assemblea pubblica, giovedì 13 gennaio alle 20.30 al Laboratorio AQ16. Con l’idea di costruire insieme una manifestazione che non sia un punto di arrivo e neanche un punto di partenza ma una tappa di una mobilitazione continua.
📢 Assemblea pubblica per una mobilitazione cittadina
📌 Giovedì 13 gennaio ore 20.30 in modalità mista – in presenza al Lab AQ16 e da remoto su zoom (il link verrà pubblicato all’interno dell’evento).

25 novembre: Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne

Nei giorni scorsi ci siamo trovati insieme per salutare Juana Cecilia Hazana Loayza, la quinta donna uccisa in quattro giorni. Ci siamo trovati in un luogo poco conosciuto della città di #ReggioEmilia, un po’ nascosto dietro le vie che di solito attraversiamo in modo distratto. Nascosto e poco visibile come lo sono le tante forme di violenza maschile sulle donne, di cui si tende a parlare quando è troppo tardi come nel caso di Cecilia, uccisa dal suo persecutore.

Nell’ultimo anno i femminicidi sono di nuovo aumentati in Italia. 103 donne sono state uccise nel 2021, di cui 60 uccise dal partner o dall’ex e 87 in ambito familiare-affettivo. Nel contesto della pandemia si è registrato un aumento esponenziale delle chiamate al 1522; nel 2020 le chiamate al numero contro la violenza e lo stalking sono aumentate del 79,5% rispetto all’anno precedente. Tra questi dati si legge come tante donne si sono rivolte ai Centri per forme di violenza emerse o accentuate nel contesto della crisi che stiamo attraversando, come la convivenza forzata e la perdita del lavoro.

Numeri cosi alti che sono difficili da afferrare e che fanno emergere il carattere strutturale della violenza maschile contro le donne insieme alle sue radici profonde in un modello di società patriarcale.

Durante gli ultimi due anni, con il percorso delle brigate di mutuo soccorso, abbiamo conosciuto da vicino le tante forme della violenza di genere. Perché il mutualismo non è soltanto la messa in comune di alimenti, vestiti o dispositivi digitali a chi si trova in difficoltà ma significa riconoscere la nostra interdipendenza, creando relazioni di reciprocità e costruendo forme di cura collettiva.

Nelle attività di mutuo soccorso abbiamo conosciuto tante donne che attraversano un percorso di fuoriuscita dalla violenza e che lottano per la loro autodeterminazione. In questo percorso verso l’autonomia si trovano tanti ostacoli strutturali e diverse forme di oppressione si sommano e si rafforzano, intrecciando discriminazioni sessiste e razziste dentro una cornice neoliberista che tende a frammentare le relazioni sociali e spezzare i legami solidali. Un percorso di autonomia che deve essere anche economica, quindi una battaglia nel mondo del lavoro che spesso istituzionalmente relega il lavoro femminile a lavoro povero, e un’autonomia di diritto al soggiorno per quelle donne di origine straniera il cui permesso di soggiorno è legato a quello del marito, condizione che spesso costringe le donne a non allontanarsi da un contesto familiare di violenza fisica o psicologica.
Inoltre vediamo come le relazioni familiari asimmetriche tendono a scaricare sulle donne il carico di cura e le forme di riproduzione sociale senza riconoscerli, nonostante abbiamo visto quanto siano fondamentali nel contesto della pandemia.

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne. Pensiamo che sia importante continuare a lottare insieme ogni giorno per non abituarci mai a questi numeri terribili, rompendo la normalizzazione della violenza di genere e affermando la nostra autodeterminazione.

Per questo invitiamo tutte e tutti a partecipare alle mobilitazioni organizzate sul territorio da Non Una Di Meno – Reggio Emilia, Non da sola e Donne in Nero, con tante iniziative durante la settimane e il presidio in piazza Prampolini venerdì 26 novembre.

Nello stesso tempo vogliamo continuare a costruire contesti e relazioni di cura collettiva attraverso pratiche solidali e mutualistici e per questo invitiamo tutte e tutti che vogliono unirsi alle Brigate di mutuo soccorso all’incontro pubblico, sempre venerdì 26 novembre al Lab AQ16

Città Migrante – LabAQ16 – Casa Bettola

Richiedenti asilo fuori dall’accoglienza: povertà abitative in aumento

Prendiamo parola in merito alle revoche dall’accoglienza dei richiedenti asilo insieme ad altre realtà del territorio di #ReggioEmilia

Che cosa succede?
Dall’ agosto 2021 si sono susseguite e continuano ad esserci una serie di revoche da parte della Prefettura di Reggio Emilia dei richiedenti asilo inseriti nei progetti CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria). Essere revocati significa non avere più diritto a beneficiare del progetto di accoglienza, di tutto ciò che comporta, compreso l’alloggio. Queste revoche sono dovute al fatto che i migranti hanno raggiunto per lo Stato un reddito sufficiente, per cui viene a cadere la condizione di indigenza e di conseguenza il requisito di fare parte del progetto.

L’articolo di riferimento con cui vengono effettuate queste revoche è l’art 23 comma 1 lettera d) del
D. Lgs. 18 agosto 2015 n.142 (il cosiddetto Decreto accoglienza). Il reddito idoneo al sostentamento della persona viene calcolato in base all’assegno sociale minimo, che per il 2021 equivale a 5.983,64 euro lordi l’anno. Non ci si ferma però alla revoca. A carico del beneficiario arriva anche una ingiunzione di pagamento pari al costo lordo pro capite della convenzione fra la Prefettura e l’ente gestore del progetto di accoglienza, 34,80 euro al giorno e successive rinegoziazioni. Per cui gli viene chiesto, dal momento in cui raggiunge il “cosiddetto” reddito sufficiente, il costo intero del progetto di accoglienza, e non solo il pocket money e il cibo direttamente versato al beneficiario. Questo significa che i migranti, che vengono revocati, si trovano senza una casa e costretti a pagare l’accoglienza con un debito che varia dai 20, 30, 40, 50 mila euro nei confronti dello Stato.

Quali sono gli effetti?

Innanzitutto ci chiediamo come sia possibile per una persona, sia migrante o autoctona, vivere con 5.983,64 lordi l’anno. E come sia possibile restituire la somma richiesta da parte della Prefettura.
Ma anche per chi ha fortunatamente raggiunto un reddito superiore a quello previsto dall’assegno sociale, il che significa che il progetto di accoglienza ha avuto successo ed ha portato la persona ad una buona integrazione sul territorio anche da un punto di vista economico, emerge di nuovo con forza il grande problema abitativo a Reggio Emilia.

Trovare un alloggio o una casa in affitto, in particolar modo per le persone di origine straniera, è sempre più difficile. E mentre si sono svuotate le ex Officine Reggiane, lavorando affinché le persone fossero inserite in progetti di accoglienza, dall’altra parte, senza farsi carico della precarietà e del disagio abitativo che si vive a Reggio Emilia, la Prefettura ha messo alla porta chi si sta costruendo una vita nella nostra città, ancora con una precarietà documentale (iter della richiesta asilo in corso), ma soprattutto che a Reggio Emilia ancora non trova una sistemazione adeguata.
Non sono sicuramente le revoche dell’accoglienza a farci accorgere del problema casa a Reggio Emilia, ma certo mettono ancora una volta in evidenza come il sistema sia fallimentare e produca ulteriore precarietà.

Trovare una casa in affitto anche per chi ha un reddito e un lavoro è diventato quasi impossibile. Si è creato un “mercato parallelo”, che affitta a persone di origine straniera alloggi spesso fatiscenti, sovraffollati e soprattutto in nero. Molte volte l’unica soluzione per un migrante è affidarsi a questo mercato per non finire in strada. In queste stanze non si può avere una residenza e nemmeno un domicilio, indispensabili per rinnovare i documenti di soggiorno. Da qui nascono e si sviluppano le compravendite di domicili e residenze. In questo modo si alimenta il mercato nero, l’illegalità e il degrado nei territori.

Abbiamo investito nella consapevolezza dei diritti e della legalità, nell’approccio al lavoro informando e formando i migranti sui contratti lavorativi e sull’importanza del lavoro regolare, perché crediamo che questo sia un approccio che tutela sia la persona che la comunità che accoglie.
Queste revoche ora stanno alimentando nei beneficiari l’idea che proprio la regolarità del lavoro li ha messi in forte difficoltà e che con questo debito non saranno in grado di costruirsi un futuro perché penderà sulle loro vite come una spada di Damocle. Un messaggio culturale che va in tutt’altra direzione di quella che vuole essere una politica dell’accoglienza.

Cosa chiediamo?
Chiediamo alla politica e alle istituzioni di prendere in considerazione le cause dei fenomeni e agire su queste.
In primo luogo che si affronti la questione emergenza casa nella sua totalità, lavorare in favore di una regolarità totale dell’abitare che tuteli le persone e contrasti il mercato nero.
Nello specifico che l’Amministrazione comunale prenda l’impegno di farsi portavoce con la Prefettura di queste problematiche, che si intraprenda un percorso di accompagnamento all’uscita delle persone, individualizzato in base ai bisogni e alle risorse di ognuno, affinché il richiedente asilo esca dal progetto solo nel momento in cui gli sia possibile avere un alloggio adeguato e sicuro e che si sospendano immediatamente le ingiunzioni di pagamento.

Tenendo in considerazione anche la nuova fase di progettazione e lavoro dell’UE, che si pone fra i suoi obbiettivi che nessuno debba lasciare un’istituzione (in questo caso quindi la struttura di accoglienza) senza che gli sia offerto un alloggio adeguato. La normativa europea inoltre risulta essere “più accogliente” rispetto a quella recepita dal Decreto italiano: prevede, infatti, un sistema graduale di limitazione delle misure assistenziali.
Questo eviterebbe nuove povertà abitative, che sappiamo essere già molte e complesse anche nella nostra città. Si tratta di una responsabilità che riguarda la comunità intera.

Associazione Città Migrante,
Avvocato di strada di Reggio Emilia,
Associazione Partecipazione,
Associazione La nuova luce
Associazione G.L.M- ODV,
APS Passaparola,
Coop. Sociale “La Vigna”,
Coop Vivere la Collina,
La Quercia-coop. agricola e sociale,
“Centro Sociale Papa Giovanni XXIII” S.C.S. Onlus
Pollicino Gnus
Parrocchia di Pratofontana
Mercatino “Tutto per tutti”