TEST DI ITALIANO- PRIMA SESSIONE A REGGIO EMILIA SIT-IN DI PROTESTA

Questa mattina si sono svolti al CTP di Reggio Emilia i primi test di italiano per cittadini extracomunitari che richiedono il permesso di soggiorno Ce di lungo periodo (ex Carta di soggiorno). Il superamento della prova, insieme ad una serie di altri requisiti, è diventato dal 9 dicembre scorso un elemento essenziale per trasformare il permesso di soggiorno temporaneo in un permesso a tempo indeterminato.
Un titolo di soggiorno che garantisce una serie di diritti e tutele rispetto al permesso di soggiorno di breve durata come quello, una volta ottenuto il permesso di soggiorno Ce,  di non dover più dimostrare di avere un  lavoro per poter soggiornare nel territorio italiano oltre a garantire per esempio l’assegno di maternità alle donne che hanno figli ma non un lavoro.
Soprattutto in tempo di crisi il permesso Ce di lungo periodo diventa uno strumento indispensabile per non cadere nella clandestinità.

Durante lo svolgimento dell’esame si è svolto un sit –in di protesta organizzato dall’associazione Città Migrante, dall’associazione Passaparola, dal gruppo di Emergency di Reggio Emilia, dai Cobas scuola di Reggio Emilia e da Pollicino Gnus per dire : Noi non siamo d’accordo che la lingua da diritto sia trasformata in ricatto.
Molti gli slogan della giornata: “giudicare non è integrare”, “lo stato smantella le scuole poi obbliga agli esami”, “a scuola nessuno è clandestino”, “la lingua non è una barriera ma un diritto”, “diritto di soggiorno per tutti”, “il ricatto non aiuta l’apprendimento”.
Noi come scuola di italiano per migranti – afferma Giovanna Soliani, insegnante presso l’associazione Città Migrante- siamo molto preoccupati da questa norma che è stata imposta. Non siamo d’accordo con il decreto per una serie di motivi: innanzitutto pensiamo che la lingua italiana sia un diritto da garantire a tutti, invece l’obbligo del superamento del test trasforma la lingua in un fattore di possibile esclusione. Infatti, conoscendo i nostri studenti,ben sappiamo che per una certa fascia di persone il superamento di un test come questo è molto difficile, nel senso che la prova è pensata per persone alfabetizzate.
Inoltre le persone di origine cinese, che parlano una lingua non alfabetica,hanno sicuramente notevoli difficoltà ad affrontare il test.

Al presidio hanno partecipato anche alcuni migranti esprimendo la loro contrarietà al test:
Ci sono persone non più tanto giovani, ma anche alcune giovani che non hanno studiato. E’ gente che abitava in campagna o in montagna. Da noi solo chi abita nelle grandi città può studiare ma per gli altri non sempre è possibile. Quindi non sarebbero in grado di superare l’esame -dice Aisha. Continua Omar:Anch’io conosco persone che non sono mai andate a scuola, che hanno tanti problemi qua anche con il lavoro.
Ci sono persone che lavorano e hanno problemi ad andare a scuola, per via dell’orario. Credo che dovrebbe esserci un accordo tra lo stato e i datori di lavoro perché riescano a dare una mano alla gente che lavora per avere almeno un’ora o due al giorno per frequentare la scuola.
Io quando sono arrivato qua ho fatto una scelta personale, quella di andare a scuola per imparare perché la lingua è una cosa importante nella vita, sia per cercare lavoro che per creare amicizie.

Presente anche Paola Mistrali, dell’associazione Passaparola, una scuola per migranti impegnata da 7 anni sul fronte dell’insegnamento della lingua e della cultura italiana che conta centinaia di iscrizioni ogni anno. Uno degli obbiettivi della nostra scuola è quello di favorire l’integrazione e di fronte a questo test noi ci interroghiamo su come uno stato possa imporre dall’alto un test senza fornire adeguate risorse. C’è quindi uno stato assente che pretende delle cose. Il test in realtà vale non come prova di italiano ma come strumento di esclusione in quanto lega l’esercizio di una serie di diritti ad  un test, diritti che dovrebbero essere garantiti indipendentemente dalla competenza linguistica. Non possiamo costituire delle fasce di cittadini di serie A e di serie B perché contraddice completamente l’articolo la nostra Costituzione.

Al sit-in ha partecipato inoltre una dei 14 docenti dei CTP della provincia di Reggio che a titolo individuale hanno sottoscritto un documento per chiedere al Prefetto una riflessione pubblica in merito al decreto ministeriale del 4 giugno 2010. Annalisa Govi sintetizza così le priorità su cui riterrebbe necessario porre attenzione.
Prima di tutto  vorrei citare la costituzione, che all’articolo 3 comma due dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che limitano l’uguaglianza dei cittadini e impediscono l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla vita pubblica e sociale del paese.
Questo è ovviamente anche uno dei compiti primari della scuola e quindi del CTP.
Con questo decreto invece mi chiedono di lavorare per condizionare  l’accesso di alcune persone ai diritti di tutti. E’ il contrario di quello che ho sempre fatto e in cui ho sempre creduto come docente.
La bocciatura al test non è la bocciatura ad un esame di maturità o ad un esame di materia. E’ una bocciatura che impedisce di ricevere l’assegno di maternità alle donne, che ti obbliga a pagare 100 euro (tra poco 200) ogni due anni per ogni componente della famiglia per rinnovare il permesso di breve periodo, è una bocciatura che ti rende la vita difficile fino al possibile ritorno alla clandestinità in mancanza di un lavoro .
Inoltre questo è un esame che allo stato attuale dei fatti alcune persone non potranno mai superare. Ci sono persone che  non  hanno  potuto  usufruire di un percorso scolastico di base nel loro paese, non hanno potuto acquisire strumenti culturali e linguistici sufficienti. E per queste persone , se non c’è un deciso incremento delle possibilità formative, la bocciatura al test è una certezza.
Non è una novità di questi tempi che si non si investa sulla formazione, sulla cultura, sulla scuola. Strano che per questo esame (e non per una politica seria di inserimento sociale e culturale) si sia disposti ad investire circa 1000 euro mensili in ogni città italiana.
Crediamo che questo esame non serva a migliorare la gestione del fenomeno migratorio, ma soprattutto non produca integrazione, né interazione.